martedì 1 settembre 2015
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Bruno Modugno e l'emergenza cinghiali
Bruno Modugno cacciatore cinghiali
Bruno Modugno durante una battuta di caccia

Questa volta il dito voglio infilarlo nell’occhio di tutti quelli che, di fronte all’emergenza cinghiali, sanno indicare un solo responsabile: il cattivo cacciatore, che negli anni’50 importò dai Balcani e immise nei nostri boschi, a scopo venatorio e di ripopolamento, alcuni esemplari di cinghiali danubiani, grossi di taglia, molto più prolifici dei nostri.

Quindi ce l’ho con i colleghi giornalisti e conduttori televisivi poco informati e seguaci del pensiero unico, dei veterinari che pur di apparire in TV sono disposti a vestire di scienza le più clamorose cazzate. Lo abbiamo appena visto a Uno Mattina dove il nostro Direttore era stato invitato per esporre al pubblico cosa significhi e quanto sia utile all’ambiente e alla fauna selvatica la presenza di 18 mila cacciatori l’anno. Il veterinario che aveva il compito di spiegare i comportamenti deviati dei nostri amici cani e dei maiali rinselvaticiti nei parchi siciliani ha interrotto l’intervento di Cusimano e si è lanciato in una filippica contro i cattivi cacciatori e in difesa del leone asiatico che nessuno caccia! Ma, quel che è peggio, Il conduttore complice, pagato da tutti noi, l’ha lasciato fare.

Ce l’ho con ambientalisti e animalisti che continuano a dar la colpa di tutto ai cacciatori, anche del caldo, degli incendi e dell’inquinamento da piombo, tranne quei pochi illuminati come Wilderness, Federparchi oltre a qualche frangia umanistica di Legambiente, che riconoscono alla buona caccia una funzione riequilibratrice della dinamica delle specie. Ma torniamo all’emergenza cinghiali. È vero, dopo la guerra c’era il deserto. I cinghiali, in quelle poche zone tirreniche e in Calabria dove c’erano sempre stati, erano stati decimati dalla fame della gente, non dai cacciatori. Ecco il perché dei ripopolamenti degli anni ’50. Ma poi l’ambiente, come si sa, plasma le specie: nelle nostre fitte macchie avevano più facile gioco i grugni affusolati dei sopravvisuti cinghiali nostrani, sicché dopo 50 anni non è rimasta traccia dei giganteschi balcanici. Sì, è vero, il nostro cinghiale oggi è un po’ più grosso e fa più figli. Ma non è quella la causa delle disavventure nelle quali sono incorse alcune persone aggredite e ferite dai cinghiali e degli incidenti stradali mortali provocati dai branchi che scorrazzano di notte lungo le strade statali.

Una causa? Una delle tante, ma forse la più inedita: Il periodo di pasciona causato dall’innalzamento della temperatura che ha aumentato le capacità alimentari (ghiande, castagne e altri frutti del bosco) e quindi raddoppiato i parti nell’anno. L’abbandono delle colture e l’aumento delle zone boscate dove sono apparsi altri ospiti vecchi e nuovi come cervi, caprioli, daini e mufloni che, se non controllati da una caccia attenta e selettiva, possono provocare danno non solo al lavoro dell’uomo e pregiudizio alla sicurezza stradale, ma limitare lo sviluppo dei boschi. E più di tutti, i cervi. Che sono stati immessi in tutta Italia dai Forestali di Tarvisio. Anni fa, un intero branco che scorrazzava per i vigneti del Brunello, è stato sterminato per i disastri che combinava. Lì non si trattava di vile granturco, ma di un vino da 40 euro (prezzo base) a bottiglia! Mi stupisco che quella volta non se la siano presa con i cacciatori. Forse perché l’episodio è stato tenuto segreto perché avrebbe creato qualche problema a giornalisti felloni, veterinari vanitosi, animalisti pietosi. Un’altra causa? I parchi, detti anche “la madre del cinghiale”. Lì vivono indisturbati (tranne in quelle aree protette dove è prevista la caccia di selezione). Lì si riproducono e si rifugiano dopo le notturne incursioni nelle colture agricole. Ecco perché vanno in giro a branchi sulle strade nazionali provocando incidenti spesso mortali.

E chi vive dentro un parco? Se li ritrova in casa come aggressivi coabitanti. Io abito a Roma al confine tra il Parco di Veio e il Parco dell’Insugherata. I cinghiali escono nel giardino condominiale e pascolano nei prati dell’Acqua Traversa. Mica di notte, addirittura in pieno giorno bloccando il traffico per via della gente che si ferma all’improvviso per far fotografie col telefonino.

I cacciatori? Che c’entrano? Vi giuro che ce la mettono tutta per risolvere il problema, anche a caccia chiusa, nei parchi e laddove le provincie autorizzano gli abbattimenti selettivi soprattutto a spese delle femmine e delle classi giovani. Ora per la prima volta ho sentito al telegiornale una parola di buonsenso. Il responsabile delle politiche ambientali chiede la collaborazione dei cacciatori per risolvere l’emergenza cinghiali Ma lo sai che ti dico? Ora, dopo tanti anni di accuse e persecuzioni, farei uno sciopero di un paio di anni. Arrangiatevi!

Bruno Modugno

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caccia & cacciatori

Animalisti in campo contro l’apertura anticipata della caccia nella Regione Lazio. “Con un decreto a firma del Presidente Zingaretti, la caccia si aprirà il 2 settembre prossimo e non la terza domenica di settembre come disposto dalla legge nazionale” si legge in una nota firmata da Animalisti Italiani, ENPA, Italia Nostra, LAV Roma, LAC Lazio, LIPU Lazio, OIPA, SOS Gaia, WWF Lazio. “Ancora una volta la politica si è piegata alle richieste del mondo venatorio, infischiandosene della stragrande maggioranza di cittadini contrari al massacro di animali selvatici per puro divertimento”.

Animalisti e ambientalisti ricordano “gli impegni elettorali da lui sottoscritti, disattesi, come nel Programma per i diritti degli animali per il rinnovo della giunta e del Consiglio Regionale del Lazio del 2013”. A sostegno della loro denuncia, citano un punto, la tutela della fauna selvatica: “La fauna selvatica e i parchi naturali sono un patrimonio regionale spesso viziato per interessi economici o per interessi di parte. La Regione Lazio, quale Ente pubblico giuridicamente competente, dovrà esercitare tutte le competenze e le facoltà atte a garantirne una concreta tutela, condividendo iniziative in sinergia con le associazioni animaliste”.

Per le associazioni firmatarie della nota, il Piano Faunistico Venatorio Regionale andrebbe rinnovato. “Risale ormai al 1998 ed è urgente, oltre che doveroso, sospendere la caccia fino a che non sarà approntata una nuova pianificazione. E’ la stessa norma nazionale ad imporlo: se non esiste una pianificazione faunistico-venatoria la caccia non potrebbe essere proprio consentita in nome degli interessi prevalenti di tutela della fauna che è patrimonio indisponibile dello Stato,  rispetto all’attività venatoria, che ricordiamo è una concessione limitata a talune circostanze di tempo e di luogo e da esercitare secondo precise modalità”.

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Cacciatori con cani
Cacciatori con cani

Caccia: Prato, il Calendario Venatorio provinciale 2015-16, confermata la pre-apertura al 2 settembre. La stagione ufficiale parte invece domenica 20 settembre, ecco le disposizioni da osservare sul territorio pratese. Autorizzato anche il prelievo in deroga allo storno.

Pre apertura Caccia. Inizierà ufficialmente il prossimo 20 settembre la stagione venatoria 2015/2016, ma già il 2 settembre è confermata l’apertura anticipata della caccia da appostamento, autorizzata in Toscana dalle 6 alle 19. Insieme alla data di apertura la Giunta regionale toscana, che ha approvato il nuovo calendario venatorio, ha stabilito la chiusura generica al 31 gennaio, con eccezioni per alcune specie particolari. Già autorizzato anche il prelievo in deroga a storno (sturnus vulgaris) e piccione nel periodo compreso fra il 4 ottobre e il 13 dicembre 2015.

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Unione Cacciatori di Sardegna
Unione Cacciatori di Sardegna
Unione Cacciatori di Sardegna

L’Unione Cacciatori di Sardegna avvia la campagna per controllo delle specie cornacchia e volpe durante la Stagione Venatoria 2015-2016.

Campagna per il controllo numerico della cornacchia e della volpe 2015–2016. L’Unione Cacciatori di Sardegna anche per la stagione venatoria 2015/2016 incentiva l’abbattimento delle cornacchie corrispondendo al cacciatore (socio dell’U.C.S.) una confezione da 25 cartucce ogni 5 esemplari abbattuti. Per dimostrare l’abbattimento il cacciatore dovrà consegnare entrambe le zampe di ogni esemplare incarnierato.

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Cinghiali in branco
Cinghiali in branco

Caccia e Fauna: Emilia Romagna, Tommaso Foti accusa, “Troppi cinghiali, la Regione dorme”; la replica dell’assessore all’agricoltura, Simona Caselli, “Attendere il tempo necessario per verificare i risultati delle misure attuate”.

Sulla recente presa di posizione assunta dai rappresentanti del mondo agricolo (Coldiretti e Unione Agricoltori) relativa ai danni provocati dalla presenza sul territorio di ungulati, in particolare modo cinghiali, interviene il consigliere regionale piacentino Tommaso Foti che, nei mesi scorsi, aveva presentato un’interrogazione in merito. L’esponente di Fratelli d’Italia, in particolare, chiedeva alla Giunta “se e quali iniziative – anche in accordo con le Province, gli Ambiti Territoriali di Caccia (ATC), le Aree protette, le Aziende faunistico venatorie e le associazioni agricole – intendesse assumere per una riduzione duratura degli  ungulati  e, conseguentemente, dei danni da essi provocati.”

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Associazione Italiana per la Wilderness (AIW)

orso-marsicano-abruzzo.jpgORSO BRUNO MARSICANO

 UN COMMENTO Alle domande e risposte fatte e date in un opuscolo diffuso il 19 agosto scorso ai lettori del quotidiano abruzzese IL CENTRO a cura delle autorità del Parco Nazionale d’Abruzzo 

Si è aspettato ovviamente l’agosto ed il pieno di turisti per diffondere un opuscolo sull’Orso marsicano nel quale sono state elencate alcune domande che tanti magari si fanno visitando il Parco d’Abruzzo, sapendo che è il luogo d’elezione per chi volesse osservare o, comunque, percepire la presenza di quest’animale; e ad esse le autorità rispondono, va da sé, “autorevolmente”. L’opuscolo è stato offerto gratuitamente a chi acquistava il quotidiano IL CENTRO – quotidiano che già fu buggerato quando fu convinto a lanciare una campagna raccolta fondi a favore dell’orso marsicano – 10.000 Euro! – che furono poi devoluti in un’inutile operazione per un meleto domestico oggi in abbandono, realizzato dove si sarebbe fatto meglio – e spendendo un’inezia! – seminarvi un grande campo di granoturco (si veda Wilderness/Documenti N. 2/2015). Vabbè, c’è chi ama perseverare nell’errore e non guardare mai al passato: ed è forse il più macroscopico errore di autorità, politici e mass-media, per cui in Italia tanti problemi non si risolvono mai, e si interviene quasi sempre a buoi fuori dalle stalle o lo si fa con operazioni di sola facciata).

Anche se nell’opuscolo la scrivente associazione non è stata inserita nell’elenco finale dei siti Internet dove il cittadino può avere informazioni sull’Orso marsicano, almeno il sottoscritto ritiene di poter “autorevolmente” intervenire in quanto fu il primo studioso sul campo di quest’animale, quando la situazione dell’animale era già critica, sebbene vista da oggi poteva ritenersi florida. Si noti bene, l’AIW non è stata inserita nell’elenco dei siti visitando i quali si possono avere ulteriori informazioni sull’Orso marsicano, pur essendo, senza falsi pudori, l’Associazione ambientalista che ha maggiormente stampato e diffuso articoli e documenti su quest’animale PIÙ DI OGNI ALTRA ASSOCIAZIONE AMBIENTALISTA! Più delle stesse autorità del Parco.

Evidentemente le aggressioni a persone avvenute in Trentino da parte di orsi reintrodotti dalla Slovenia hanno fatto scuola e messo paura, per cui il titolo dell’opuscolo: “È PERICOLOSO L’ORSO BRUNO MARSICANO?Le risposte alle domande più frequenti per conoscere e rispettare l’Orso.

Già nella presentazione del Presidente del Parco – che ovviamente non si era mai occupato di questo problema prima della carica politica che gli è stata conferita: ma si sa, in questi casi chi scrive spesso non è mai l’autorità ma i tecnici che gli stanno dietro, quindi è ampiamente scusabile – ci sono da fare non pochi commenti e/o suggerimenti.

. Egli scrive che “ci sono norme internazionali e nazionali che tutelano l’orso. Dobbiamo farle rispettare. C’è un Piano nazionale per la tutela dell’orso marsicano (PATOM). Dobbiamo realizzarlo”. A dire il vero c’è una norma nazionale, che risale al 1936 e la si deve al Senatore (liberale) e Conte Gian Giacomo Gallarati Scotti, che proibì di farne oggetto di caccia. Per il resto si tratta di indicazioni più che altro “gestionali” del suo habitat, o ripetitive del divieto di cacciarlo. Peccato che lo stesso Parco abbia raramente provveduto a quelle iniziative gestionali atte a migliorare il suo habitat ed a preservarne la quiete necessaria alla vita dell’animale, ed abbia piuttosto puntato ad allargare sempre più il Parco (operazione MAI richiesta dalle citate norme internazionali), come se con un Parco allargato il divieto di caccia aumentasse in severità, per combattere un bracconaggio che NON C’E MAI STATO! Perché il bracconaggio vero è un’altra cosa, e non va confuso con le uccisioni, che sono sempre state meramente occasionali, per rivalsa e difesa di interessi economici; misfatti sì, ma che si combattono con altre “armi” e non con i divieti, i quali lasciano il tempo che trovano; ovvero con provvedimenti che raramente sono stati presi dalle tante autorità coinvolte nel progetto PATOM.. Egli si rivolge poi ai cittadini, sostenendo che “per salvare l’orso dobbiamo rispettarlo. Per rispettarlo al meglio lo dobbiamo conoscere”. Come se l’orso marsicano avesse ancora bisogno di essere “difeso” dai cittadini e visitatori del Parco! Dopo oltre cinquant’anni di prolissa educazione su questo tema! La verità è che si doveva giustificare la spesa e diffusione dell’opuscolo, perché oggi in Italia, a parte qualche sciagurato ed incolto pastore o cacciatore (che mai leggerebbero l’opuscolo!) NESSUNO immagina più di uccidere l’orso marsicano, e tanto meno lo farebbero gli abitanti locali che sono talmente affezionati a quest’animale da avergli dato numerosi nomignoli di simpatia (diverso il discorso in Trentino, dove la reintroduzione di orsi di carattere più “aggressivo” stanno mettendo a rischio la sopravvivenza di questi esemplari). O forse con quel “per conoscerlo”, si vogliono giustificare i MILIONI di Euro spesi finora in studi e ricerche che se non inutili, sono perlomeno ripetitive – ed in qualche caso forse anche pericolose, visto che lo stesso Ministero dell’Ambiente aveva (vige ancora?) proibito la cattura e sedazione di esemplari a questo fine.

E veniamo alle domande.

1 – Qual è l’attuale situazione dell’orso in Appennino?

Già la domanda nasconde il subdolo riconoscimento di uno stato di fatto che da negativo è stato trasformato in positivo. L’orso marsicano viveva solamente nel Parco d’Abruzzo e sue ristrette vicinanze dall’inizio del secolo scorso agli anni ’70. Solo DOPO si è allargato all’ “Appennino”, ma non già per aumento della popolazione come qualcuno ha più volte cercato di far credere, bensì per la sua dispersione (la famosa “diaspora”, o “fenomeno emigratorio”, come io lo definii a partire da quegli anni ‘70): una sconfitta per le autorità, che preposte alla sua difesa, agirono invece a suo danno con un’opera gestionale che, a mio giudizio, finì per farlo sempre più allontanare dal Parco e suoi ristretti circondari (dove Ermino Sipari lo collocava, e poi lo protesse con un divieto di caccia previsto dalla stessa legge che aveva istituito il Parco, quindi prima ancora che il Conte Gallarati Scotti ne ottenesse la protezione da parte del Parlamento; un’area che ancora oggi lo stesso opuscolo individua come “area principale dell’orso”). Ovviamente alla domanda le “autorità” rispondono con una prima “solida” non verità. “All’interno del PNALM si stima una popolazione di circa 50 individui”! Si vuole forse far credere che all’esterno si può contare sulla presenza di altri individui? E come mai fino a ieri si è sempre parlato di 40/50 individui in TUTTO l’Appennino? Ci parlano poi delle “3-4 femmine che ogni anno si riprodurrebbero”, come se fosse la norma, quando ciò vorrebbe dire una crescita al massimo di 3-4 orsi all’anno (considerata l’alta mortalità dei piccoli, che le autorità stesse riconoscono: “la mortalità dei cuccioli (…) è particolarmente elevata”), il ché significa una perdita netta a fronte della mortalità che si dichiara essere “ogni anno di 2-3 orsi rinvenuti morti”: ovvero, si ignorano quelli NON trovati ma statisticamente valutabili! Drammatica poi la dichiarazione “nonostante negli ultimi 8 anni siano nati più di 60 cuccioli, non ci sono evidenze di crescita”, che di fatto conferma la mia ipotesi e sconfessa l’ottimismo sparso in tutto l’opuscolo!orso marsicano e cuccioli

2 – La popolazione di orsi appenninici può considerarsi stabile, in aumento o in via di estinzione?

Altra mistificazione: dopo quanto scritto alla prima risposta, si ha il coraggio di sostenere che “In base alle stime più recenti, prodotte tra il 2008 e il 2014, la popolazione appare numericamente stabile nelle sue porzioni centrali dell’areale”. Una risposta ottimista, per ercare di sminuire il dramma della situazione descritta nel rispondere alla prima domanda?

3 – Ci sono evidenze di espansione in altre aree? Perché il processo è così lento?

Si risponde facendo riferimento ad un “crescendo di segnalazioni”, ma che la presenza perlopiù di maschi renderebbe lento il processo di nuove colonizzazioni, anche a causa delle “ridotte capacità di dispersione (…) delle femmine che tendono ad essere molto legate al proprio territorio e a quello materno”. Anche, dicono, a causa di “casi di mortalità per cause antropiche”, considerando questo “uno dei fattori che maggiormente potrebbero limitare l’espansione”. Si noti bene, un’espansione che viene definita “lenta”, come se fosse un fatto positivo, mentre è assolutamente NEGATIVO a fronte di una mancata crescita della popolazione (passata dai circa 100 orsi degli anni ’70, ai circa 50 di oggi!) rappresentando un FENOMENO “DISPERSIVO”, che è cosa diversa da UN’ESPANSIONE causata da una crescita della popolazione. Quindi, l’espansione è lenta per mancanza di un eccesso di individui che la dovrebbero provocare!

4 – Quali sono le principali cause di mortalità dell’orso?

Nulla da dire sui dati, sempre che siano reali (sebbene almeno una cinquantina di orsi siano morti solo tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 del secolo scorso: il che fa dubitare dei dati di 117 orsi morti tra il 1970 ed il 2014. Ed una maggiore mortalità dimostrerebbe che la popolazione era molto più florida in passato di quanto si cerca di far credere oggi, perché altrimenti non avrebbe sopportato un tale indice di mortalità. Si tratta di numeri, non di chiacchiere (ma i numeri, si sa, li danno anche le autorità e contestarli non è sempre facile per il semplice cittadino che lo volesse fare, non avendo accesso ai documenti ufficiali)! Ridicolo poi il fatto che per illustrare questi dati sulla mortalità, che è addebitata al 44,8% ad “avvelenamento o uccisione con arma da fuoco” si sia scelto un disegno che illustra quella che è la mortalità di soli “3 casi di incidenti stradali”. Sembra quasi di voler gonfiare un falso problema per giustificare gli esagerati allarmi che in questi ultimi anni si è lanciato contro il rischio di collisione con le automobili. Si ribatte poi sul fatto che “la mortalità dovuta ad attività antropiche illegali rimane diffusa e gli sforzi di contrasto con tale minaccia messi in campo nei passati decenni si sono dimostrati sostanzialmente inefficaci”. Quando si tratta di un’ovvietà, perché SOLO LE ATTIVITA’ ANTROPICHE sono le minacce che ogni specie animale deve affrontare! Il problema è caso mai spiegare come mai “si sono sostanzialmente dimostrate inefficaci” gli “sforzi di contrasto”. Vuole dire che si è fallito su tutto il campo! Vuole dire che forse altre erano le cose che andavano fatte e che non si sono fatte, come ad esempio fare in modo che gli orsi non fossero spinti a lasciare le zone naturali e selvagge del Parco a causa: uno, del disturbo turistico; due alla ricerca di alimentazione di origine antropica (agricola e pastorale). Ma questo non ce lo dicono! Curioso è poi il riferimento ai “5 casi per cause sanitarie”. Perché per quanto noto ci sarebbe un solo caso per supposta tbc bovina. Quali sarebbero i mali che hanno portato alla morte ben altri 4 esemplari? Si tratta di malattie contagiose reali, o solo supposizioni, visto che per quanto noto di nessuna profilassi si è mai saputo (salvo quella contro la rabbia, ma, sempre per quanto noto, ad opera di iniziative non sempre condotte dalle autorità del Parco). P.S. Si tiene ad evidenziare come molti orsi morti “sono stati recuperati grazie al radiocollare”: come se questa fosse la funzione di un tale strumento di tortura, tra l’altro rischioso per la stessa incolumità degli esemplari catturati (visto che per farlo si utilizzano lacci di corda d’acciaio che li stringono alle zampe) e sedazione (notoriamente pericolosa anche per l’uomo!), mentre non hanno alcuna utilità per impedirne la morte per uccisione.

5 – Qual è la conseguenza della rimozione di una femmina riproduttiva sul futuro della popolazione di orso?

Viene data una risposta ovvia che più ovvia non potrebbe essere, in quanto vale per tutte le specie animali: “Ogni volta che si perde una femmina non si perde soltanto un orso, ma più di una generazione di orsi”! Ovvero si enuncia una verità assodata che non aggiunge nulla alle problematiche di conservazione di ogni specie animale, in quanto non solo l’orso ma anche tante altre femmine di animali non partoriscono tutti gli anni (l’uomo stesso!), ma solo ogni certo numero di anni. Questo dicono, solo per sostenere che conviene siano evitate le perdite di femmine per allontanare il rischio di estinzione: un’ovvia pleonastica regola biologica che vale per ogni specie animale!

6 – Data una popolazione così piccola, si è pensato alla possibilità di effettuare immissioni di soggetti provenienti da altre aree geografiche, come in Trentino?

In questo caso va riconosciuto che viene data una risposta saggia: “l’orso marsicano viene considerato una unità evolutiva a sé stante con caratteristiche (…) da conservare come tali. Inserire nuovi orsi nella popolazione derivanti da altre aree geografiche comporterebbe una perdita di queste unicità evolutive”, sebbene si tema che saranno proprio gli studiosi che prima o poi faranno pressioni affinché un rinsanguamento sia effettuato, visto che di questa possibilità si è sempre parlato fin dall’epoca di Ermino Sipari ed anche prima, visto che la storia ci dice che qualche orso sarebbe già stato immesso in epoca borbonica per rinsanguare una popolazione formata da individui che si ritenevano “miseri e tapini” (non avendo, all’epoca, compreso – né ne avevano cognizione, ovviamente – che proprio quell’essere miseri e tapini li distingue geneticamente, fisicamente ed anche comportalmente da ogni altra popolazione di orsi bruni!).

1439540591-1688251192-orso-marsicano.jpg7 – Nell’area del PNLM ci sono abbastanza risorse alimentari per sostenere la popolazione di orso marsicano?

Qui si mistifica nuovamente! ovvero, si risponde facendo credere che l’orso si alimenti SOLO di risorse alimentari naturali, visto che solo ad esse si fa riferimento, sostenendo che sono sufficienti alle esigenze vitali dell’orso, mentre è notorio che questa dieta viene integrata abbondantemente con risorse alimentari di origini antropica (coltivazioni e bestiame domestico). In pratica si cerca di far credere che l’orso potrebbe vivere anche solo di risorse alimentari naturali. Una cosa vera, che però, come avviene in ogni altro luogo della terra dove vivono orsi, ne ridurrebbe notevolmente la presenza: e, difatti, l’alta concentrazione di orsi storicamente presenti in Abruzzo la si deve proprio a queste risorse. Pretendere che dopo millenni di convivenza orso-uomo, l’orso ritorni improvvisamente ad un’epoca precedente, è il più grave errore che stanno facendo gli studiosi attuali dell’animale e le autorità che gli stanno dando retta! Ed è una delle maggiori spiegazioni del perché della “grande fuga” dal Parco verso l’esterno avvenga, non a caso, verso aree ancora ad elevata presenza di coltivazioni e allevamento di bestiame domestico. Altro che “interventi di gestione forestale che mantengano una elevata produttività di ghiande, faggiola e ramno”; costose manipolazioni forestali assolutamente in contrasto con l’idea di Parco, ed anche inutili vista la grande disponibilità trofica esistente anche lasciando allo sviluppo spontaneo querce, faggi e ramno (si veda Wilderness/Documenti N. 2/2015).

8 – Esiste una relazione fra produttività delle femmine e disponibilità di cibo e quali sono le implicazioni gestionali?

Ovviamente anche in questo caso la risposta è pleonastica, visto che vale per ogni specie animale (hanno speso milioni di Euro, per stabilire l’ovvietà? Pe scoprire l’acqua calda?); peccato che nel dare importanza all’alimentazione ante parto, si ignori quella altrettanto e forse anche più importante post parto! Infatti alla prima uscita dalla tane invernali gli orsi hanno bisogno di trovare grandi risorse alimentari per poter produrre il nutrimento necessario alla crescita dei cuccioli, ma queste risorse scarseggiano sempre più o addirittura non esistono più a causa di una errata gestione della fauna del Parco: ovvero, la presenza di un eccesso di cinghiali e di cervi i quali fanno sì che durante l’inverno facciano sparire ogni presenza dei frutti autunnali rimasti sul terreno (in particolare mele e pere selvatiche) che un tempo rappresentavano le prime nutrienti fonti alimentari primaverile per l’orso! Per evitare ciò, bisognerebbe ridurre drasticamente la presenza di cervi e cinghiali per mantenerne basso il numero: ma questo non si fa per il solito tabù tipicamente italiano, che “nei Parchi non si deve cacciare mai”! E per nascondere quest’esigenza, ovviamente non se ne parla. A corredo di questa domanda viene poi pubblicata una tabella in cui si evidenzia come nel periodo estivo nell’alimentazione compaiono anche risorse alimentari di origine antropica (simboleggiate da frumento, api domestiche e pecore), alle quali però nella risposta non si fa alcun cenno! Perché? Una domanda che forse alcuni lettori si faranno, ma senza aver ricevuto una risposta!

9 – Perché gli orsi si avvicinano ai paesi? Si può evitare?

Altra mistificazione, di una fatto storicamente mai verificato si prima, ma che viene presentato sotto una luce diversa. Addirittura si sostiene che il loro avvicinarsi ai paesi sia “più naturale di quello che comunemente si spensa”. Peccato che gli abitanti locali non abbiano memoria storica di questi fatti, i cui eventi si fanno risalire solo agli ultimi anni ed in particolare al periodo in cui sono iniziate le ricerche e manipolazioni degli orsi a tal fine (catture, sedazioni e radiocollari)! Vi si sostiene che “Gli orsi possono essere attratti dalla possibilità di accedere a risorse ‘facili’ e molto nutrienti (es. mangime, arnie, bestiame), fenomeno che può amplificarsi in stagioni o anni di scarsa disponibilità di cibi naturali e che è causa di conflitto con l’uomo”. Ovvero, si sconfessa con questa risposta quanto scritto alla precedente domanda sull’alimentazione, visto che si fa capire che almeno esistono annate in cui le risorse dell’uomo possono essere indispensabili alla vita dell’animale. La cosa poi che rasenta addirittura il ridicola è là dove si sostiene il fatto che le femmine di orso si avvicinerebbero ai paesi “per ridurre il rischio di aggressione da parte di maschi adulti”! E come mai in almeno due millenni ciò non si era mai verificato? E’ solo oggi che le femmine temono la presenza dei maschi? Il fatto poi che l’orso abbia “bisogno di muoversi in una area ampia (…) ne consegue che un paese può ricadere ricadere facilmente nel territorio di un orso” è altrettanto ridicolo, visto che ciò è sempre stato, e mai prima questi fenomeni si erano verificati! Si fa poi riferimento al fatto che gli orsi si avvicinerebbero ai paesi in quanto vi sarebbero “fonti di cibo legate all’uomo, per esempio frutteti abbandonati, così come è facile trovare fonti naturali di cibo, come ghiande, vicino ai paesi”; ovvero situazioni sempre esistite, ma che mai avevano spinto gli orsi ad ENTRATE NEI PAESI, tra le case, e perfino sui terrazzi, nelle conigliere e nei pollai! Cose, si ripete, storicamente mai verificatesi prima degli ultimi decenni! Poi si prosegue con altre ovvietà, come quello di dichiarare che sia “importante che questo comportamento non diventi un’abitudine tale per cui gli orsi possano perdere del tutto la diffidenza nei confronti dell’uomo ed entrare continuamente nei centri abitati ad alimentarsi”. Peccato che IL PROBLEMA NON VADA TANTO EVITATO, QUANTO STUDIATO PER CAPIRE PERCHÉ GLI ORSI HANNO PRESO QUEST’ABITUDINE!!! E si conclude proponendo un’altra ovvietà: “proteggere i cassonetti dei rifiuti, orti e pollai per impedire del tutto l’acceso all’orso”! Ovvero, chiudere i rubinetti per non far uscire l’acqua, sembra che si voglia dire!

10 – Cos’è un orso confidente e cos’è un orso problematico?

Ecco a cosa sono serviti gli studi e le ricerche: per poter dividere in due categorie un unico problema: come se un orso confidente non fosse anche un orso problematico! Anche se poi finiscono col contraddirsi, chiudendo la risposta con un “è comunque bene prevenire il comportamento degli orsi confidenti onde evitare che possa maturare in atteggiamenti problematici”. Ovvietà che più ovvia non potrebbe essere! Ed ovviamente completamente ignorato è il fatto CHE MAI PRIMA SONO ESISTI TALI TIPI DI ORSO! E nessuna parola per spigarne le ragioni!

11 – Quanti e quali danni fa l’orso?

Anche in questo caso si può notare la netta contraddizione con la risposta ad una domanda precedente, perché nel rispondere si enunciano i gravissimi ed ingenti danni che gli orsi arrecano all’economia agro-pastorale: ma come, verrebbe da dire, ma se si diceva che si alimentano prevalentemente di risorse naturali, come spiegate queste cifre? E vediamole: “da un minimo di 119 ad un massimo di 245 sopralluoghi per danni alla fauna imputabili all’orso”. Cifre presentate come un’inezia a chi legge, quasi una prova della scarsità dei danni! Che poi questi danni siano “nel 66% (…) patrimonio zootecnico (…) e il 34% alla colture” ci dice ben poco se non ci viene dato il totale generale di questi danni per poter fare un ragionevole confronto e rispondere CORRETTAMENTE alla domanda. Si giustificano, per sminuire l’impatto su agricoltura e bestiame, dandoci il dato su quelli da orsi problematici (“circa il 29%”). Un’altra verità manipolata è quella del pagamento dei danni: “i danni vengono regolarmente indennizzati da un punto di vista economico”. Vero, ma non si dice che il danno indennizzato non è mai rimborsato al 100%, ovvero compresi i danni indiretti che gli allevatori subiscono (ad esempio, una pecora od una vacca gravida vengono valutate come se non lo fossero. Né sono considerate le spese per reperirne altre in loro sostituzione; e men che meno sono considerati i danni affettivi!). In altre parole, come si ebbe modo di dire all’ultimo ex Presidente del Parco: è stato mai devoluto tutto il dovuto a chi ha lamentato dei danni? Ovvero, se gli si doveva 100 e gli si è rimborsato solo 50, non si può sostenere che il danno sia stato rimborsato! C’è poi da commentare il fatto che i provvedimenti presi con “dispositivi di sicurezza” per evitare che gli orsi aggrediscano stazzi, pollai o campi non favoriscono la presenza dell’orso nell’ambito del Parco, ma lo spingono anzi ad allontanarsi sempre di più alla ricerca delle stese cose non messe “in sicurezza. Ma forse a questo gli studiosi ed i gestori del Parco non hanno pensato! Il problema non è il “mettere in sicurezza” queste risorse, ma casomai che esse debbono essere incentivate!

12 – L’orso è pericoloso?

Corretta, o quasi, la risposta sulla non pericolosità dell’orso marsicano. Solo una bugia: storicamente almeno un aggressione vi fu, sebbene provocata da un pastore che aveva sparato ad uno di essi e gli si era poi avvicinato credendolo morto. In ogni modo, in certi casi, finti (?) attacchi possono esservi se le femmine hanno i piccoli. In questi casi la femmina agisce chiaramente con una iniziale violento atto aggressivo: quello che andrebbe stabilito è, fino dove lo porterebbe, perché se la persona resta immobile la fuga dell’orso è certa (o quasi, perché come gli uomini anche gli orsi hanno indole diverse da individuo ad individuo), ma se la persona fugge, anche l’oro fugge o prosegue l’attacco?

13 – Cosa rende l’orso più vulnerabile di altre specie?

Corretta la risposta. Peccato che pur facendo presente le particolari esigenze dell’orso, nulla si dica sulla necessità di riservargli delle aree dove possa non essere disturbato dall’uomo (leggasi turismo). Si sostiene anche l’importanza per l’orso di trovare cibo abbondante. “Svincolato dalla necessità di potersi alimentare con risorse che siano molto abbondanti e di alta qualità (elevato contenuto nutrizionale ed energetico)”. Ma poi si minimizza o si ignora del tutto l’importanza di favorirlo con colture ed allevamenti a perdere da lasciare a sua competa ed unica disposizione, con i “recinti Finamore” (gli unici veramente in grado di assicurare l’accesso SOLO ALL’ORSO) per le coltivazioni e con le greggi pubbliche (di proprietà pubblica) per quanto riguarda le pecore.

14 – Che cosa disturba l’orso e quando è più vulnerabile?

Corretta e responsabile la risposta, che però contrasta poi con la realtà della mancanza di aree da riservare esclusivamente all’orso, ed il continuo mancato divieto di accompagnare escursioni turistiche al fine di farlo osservare ai visitatori. Ovvero, buono il proposito che “In contesti antropizzati gli orsi possono avere poche ‘scelte’ e poche, se non nulle, sono le possibilità di adattarsi a crescenti livelli di pressione umana”, ma chiaramente in contrasto poi con la realtà dei fatti, visto che nel Parco d’Abruzzo si approfitta di queste delicate situazioni – Ramneti – proprio per accompagnarvi visite che pur guidate sempre intrusioni umane sono (nel Montana, USA, le tribù native dei Salish e Kootenai vi provvedono ogni anno, chiudendo ASSOLUTAMETE A TUTTI l’accesso alle più importanti aree alimentari del Grizzly, per evitare il loro disturbo). “I periodi di maggiore vulnerabilità sono i mesi tra agosto e novembre, durante i quali l’orso dedica la quasi totalità del tempo all’alimentazione per accumulare risorse energetiche per (…) il periodo dello svernamento (novembre-aprile) (…) Disturbare un orso in tana, in particolare una femmina con piccoli, può comportare non solo l’abbandono della tana, ma anche quello dei neonati da parte della madre”. Peccato che sia solo della primavera scorsa l’autorizzazione ad una rumorosa gita del CAI con quasi 300 persone, in una zona prossima a tane di svernamento dell’orso in periodo primaverile di loro uscita dal letargo (si veda Wilderness/Documenti N. 2/2015). Che la mano destra non veda quello che fa la sinistra, ci viene da riflettere? Si conclude giustamente con un monito a se stessi: “Diverse attività umane entrano potenzialmente in conflitto con le aree di alimentazione autunnale e quelle di svernamento – es. caccia, addestramento cani, tagli forestali, raccolta tartufi, escursionismo -, attività che dovrebbero essere regolamentate in forme e modalità compatibili con le zone ed i periodi di presenza dell’orso ma che attualmente lo sono solo in minima parte”. E di chi è la colpa se i provvedimenti sono stati presi solo “in minima parte”? E perché questo ritardo, visto che sono cinquant’anni che si parla di provvedimenti restrittivi per alcune forme di disturbo? E poi, perché la ricerca dei tartufi sarebbe un disturbo e non la raccolta dei funghi? Forse per la presenza dei cani – animali che spaventano meno gli orsi di quanto non faccia l’uomo, visto l’antico rapporto esistente tra i due –, o per non “toccare” troppo l’intoccabile turismo? Meglio prendersela con la caccia ed il taglio delle foreste; quando queste attività sono sempre state espletate nel Parco senza che mai avessero arrecato disturbo all’orso, segno che forse il disturbo VERO è un altro, ovvero quello mirato all’orso: e nessun boscaiolo o pastore o cacciatore si è mai interessato all’orso, mentre l’interesse esagerato e particolare esiste per gli escursionisti ed i fotografi naturalisti (addirittura incentivati dallo stesso Parco con manifestazioni ad hoc).

15 – Quale potrebbe essere la futura strategia per la conservazione dell’orso marsicano?

Belle idee propositive, ma che lo stesso Parco spesso per primo non ha mai attuato, nonostante decenni di studi e proposte da parte di vari esperti, ogni volta sempre rimandando ad altri le competenze: “Dato lo stato critico in cui si trova la popolazione, la sua conservazione deve passare attraverso l’individuazione di soluzioni politiche, creative, coraggiose e tempestive, praticabili solo in presenza di un efficace coordinamento territoriale e politico. Tutto ciò dovrebbe essere mirato a: ridurre le attuali cause di mortalità di origine antropica; ridurre e/o controllare i fattori di disturbo su questa popolazione; ridurre i livelli di conflitto con l’uomo e le sue attività”. Ma anche grandi ovvietà: “Affinché una popolazione possa mantenersi stabile o accrescersi ed espandersi, è necessario che il numero dio individui che vengono reclutati nella popolazione compensi o sia superiore al numero di individui che muoiono”.!!! Si batte il tasto dell’importanza di ridurre la mortalità, ma neanche una parola sul cosa fare, e la prima e più importante è quella di NON far uscire dal Parco gli orsi, cosa che si può fare SOLAMENTE aumentato la loro sicurezza di quiete e la certezza di reperire facilmente quelle risorse alimentari di origine antropica che oggi è costretto a cercare altrove, esponendosi a: morire attraversando strade; essere ucciso da bracconieri o incauti cacciatori; avvelenati o sparati da chi è stanco si subire danni. Così come si insiste su problema sanitario, che a parte le dichiarazioni ufficiali, mai è stato INCONFUTABILMENTE dimostrato (tanto che in alcuni casi il supposto rischio sarebbe stato smentito dalle stesse autorità sanitarie competenti). Ovvero, si cerca di scaricare su altri responsabilità che forse andrebbero ricercate negli anni di gestione sbagliata dell’Ente Parco. Perché “incrementare il livello di sensibilizzare e tolleranza per questa specie (…) una cultura locale dell’orso attraverso la partecipazione attiva delle comunità locali nella soluzione dei conflitti”, serve a nulla, visto che sia la collettività nazionale sia quella locale E’ DA ANNI COLLABORATIVA E TOLLERANTE. Non è questo il problema! Il problema è capire perché nonostante questa collaborazione e tolleranza, la rabbia contro le autorità del Parco continui a persistere! Forse qualcuno non la racconta tutta giusta.

16 – Perché il futuro dell’orso è una partita che si gioca fuori dai confini del Parco?

ECCO, QUESTA DOMANDA È LA MIGLIORE RISPOSTA A QUANTO SOPRA! Le mire verso un maggiore potere da estendere su territori sempre maggiori, come se con ciò i problemi che già affliggono l’attuale Parco potessero essere risolti! Scrivono che “L’orso è una specie che per la sua sopravvivenza ha bisogno di territori molto ampi”. Ma come mai di quest’ampiezza richiesta oggi, non ce stato bisogno fino agli anni ’70 del secolo scorso quando di orsi ce ne era il doppio di oggi? In pratica, si vuole utilizzare la presenza dell’orso per estendere sempre più il Parco e per farne istituire altri! Come se fosse la sigla “Parco” a salvare l’orso, mentre altre sono le problematiche, che si dovrebbero e potrebbero risolvere anche senza ampliare il Parco, perché gli orsi non si possono inseguire a colpi di decreti vincolistici per ogni loro spostamento, ma cercando di capire perché si spostano, e risolvere il loro problema alla fonte del problema: fonte che è ubicata NEL Parco Nazionale d’Abruzzo! Addirittura si parla di “favorire la sua espansione e il conseguente insediamento stabile al di fuori del Parco”. Un assurdità, visto che gli orsi già sono favoriti mediante tutte le carenze di cui si è detto e che lo costringono ad allontanarsi sempre più dal Parco. Caso mai bisognerebbe, non “favorire la sua espansione e il conseguente insediamento stabile al di fuori del Parco”, ma fare di tutto per farlo rientrare nel Parco e, ultima ratio, ASSICURARE la sua presenza dove si è spostato, sperando che si possano almeno creare nuovi nuclei; presenza che si può tutelare collaborando con tutte le componenti sociali locali e con vincoli di natura diversa da quella di un Parco, che per salvare l’orso rischia solo di penalizzare le popolazioni locali degli abitanti. Quello che sì, andrebbe “FAVORITO”, è il suo rientro nel territorio del Parco!!!

17 – Come posso informarmi sull’orso?

Si veda quanto commentato in merito alla dichiarazione iniziale del Presidente del Parco.

Per concludere, informazione o disinformazione?

Murialdo, 29 Agosto 2015

Franco Zunino

SEGRETARIO GENERALE DELL’AIW

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Opuscolo-Orso-Marsicano

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