Fotografia.. Catturare il tempo..

Fotografia. Un vezzo di molti, a caccia e non. Una riflessione sul mondo dell'immagine e sul valore, profondo o fugace, di uno scatto.

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Cacciatori d’altri tempi durante una battuta di caccia al capriolo.

Un tempo esisteva il racconto. Riuniti nelle stalle, o davanti a un camino, o all’osteria, il sapere e l’esperienza della gente veniva tramandato e si propagava attraverso la parola “parlata”. L’elevato tasso di analfabetismo e la scarsità di supporti iconografici rendevano l’occhio poco avvezzo a captare stimoli dal mondo culturale. Poi l’evoluzione del genere umano ha dato sempre più spazio agli stimoli visivi e così, via i libri e la radio, la televisione e poi internet e in generale il mondo dell’immagine hanno preso il sopravvento. Non più racconti, non più “frasi ad effetto”, ma sempre più immagini forti, sintetiche, eloquenti. Anche nel mondo della caccia il ruolo della fotografia si è sempre più affermato, giungendo a un punto che, a parer mio, richiede una riflessione.

“In montagna anche una mela in più nello zaino è pesante” solevano dire i cacciatori di camosci, che s’inerpicavano con le spartane attrezzature sulle ostili rocce per insidiare le ambite prede. Alcuni di essi, per onorare il sacrificio, l’azione di caccia, i luoghi ostili e meravigliosi in cui avveniva e, auspicabilmente, la preda, portavano con se, magari rinunciando a più che “una mela” la macchina fotografica. Attrezzi non poco pesanti e non poco ingombranti negli anni ’70 – ’80, e via via sempre più leggeri e compatti. Ma pur sempre un surplus di peso e spazio. In era “pre-digitale” gli scatti erano limitati dalla lunghezza dei rullini, non era certo possibile verificare immediatamente l’esito della fotografia. Bisognava aspettare che il fotografo la sviluppasse e sperare che non fossero insorti incidenti come il rullino non impressionato o peggio, abbagliato dalla luce per un’apertura maldestra e accidentale!

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Cacciatori impegnati in una battuta di caccia in alta montagna

Le fotografie scattate a quei tempi e a quelle condizioni, conservano tutt’ora un valore aggiunto: sono la testimonianza della cura e della passione con cui un animale, uno scorcio, un istante di amicizia, sono stati catturati e conservati nel tempo con cura e rispetto. Certamente questa cultura della fotografia si è tanto più affermata tra i cacciatori alpini dove, vuoi per il numero ridotto di capi (talvolta uno all’anno), lo sforzo venatorio richiesto dall’ambiente, rendevano l’evento un po’ più “evento” da meritare un sigillo piuttosto che in altri lidi, magari più accessibili e con prede più numerose.

caccia_carabina_canna_rigataAl giorno d’oggi chiunque di noi, munito del più arretrato smartphone, ha accessibilità al mondo della fotografia quando va a caccia. Abbiamo la possibilità di condividere le immagini spesso in tempo reale, ma questo a mio modesto parere, va a inquinare il sentimento estatico che un panorama naturale è in grado di ispirare. Scatti una foto e ti sembra buia, allora ne scatti una seconda, evitando un palo, magari una terza senza riflessi…magari la condividi su un social network e le impertinenti vibrazioni nella tasca ti avvisano su quanti commenti di approvazione ha ricevuto la scena, che tu stai vivendo (oramai al 99 e non più al 100%…). La fotografia che immortala l’animale prelevato è un capitolo a parte, che meriterebbe una riflessione a se. Per vanità, orgoglio, ripicca: si può immortalare una preda con diversi approcci, ma la cartellina “capriolo” sul nostro smartphone non potrà mai e poi mai sostituire quell’unica, ingiallita foto, magari un po’ sfocata, appesa accanto a un camino davanti alla quale un nonno ripete ai nipoti per la ventesima volta l’avventura di quella fredda giornata di caccia con la prima neve di novembre….

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