Ricerca scientifica
Da anni l’Enpa lo ripete: l’emergenza cinghiali non si risolve con più fucili, più abbattimenti e più caccia. Oggi questa posizione trova una conferma scientifica forte e documentata nello studio del professor Andrea Mezzatenta, pubblicato su una rivista internazionale. La ricerca analizza decenni di dati ufficiali italiani e arriva a una conclusione netta: le politiche di gestione venatoria adottate nel nostro Paese hanno contribuito in modo decisivo all’aumento delle popolazioni di cinghiali, invece di contenerle.
Un problema creato dall’uomo
Il cinghiale viene spesso raccontato come una specie “fuori controllo” per natura. Lo studio dimostra l’opposto. L’esplosione demografica è il risultato di scelte umane precise: reintroduzioni senza criteri scientifici, introduzione di animali non nativi, assenza di predatori naturali e, soprattutto, una gestione basata quasi esclusivamente sull’abbattimento. Secondo il professor Mezzatenta, la pressione venatoria ha modificato profondamente la biologia della specie. I cinghiali, sottoposti a uno stress costante, hanno cambiato strategia riproduttiva: si riproducono prima, di più e più spesso. In pratica, più si spara, più nascono cinghiali.
Più abbattimenti, più cinghiali
Uno dei dati più impressionanti dello studio riguarda la Toscana, regione utilizzata come caso di studio per la qualità e la continuità dei dati raccolti. Qui emerge una correlazione quasi perfetta tra numero di abbattimenti e aumento della popolazione. Non una diminuzione, ma una crescita parallela. Questo significa che i piani di controllo, così come sono stati applicati, non solo non hanno risolto il problema, ma lo hanno aggravato, favorendo la dispersione degli animali e aumentando la capacità riproduttiva dei gruppi sopravvissuti.
Un danno anche genetico ed ecologico
La ricerca evidenzia inoltre un altro aspetto spesso ignorato: l’introduzione di cinghiali provenienti da altre aree d’Europa ha alterato in modo permanente il patrimonio genetico delle popolazioni italiane. Un danno irreversibile, che ha avuto effetti sulle dimensioni corporee, sul numero di piccoli per cucciolata e sull’impatto complessivo sugli ecosistemi. Non si tratta quindi solo di un problema agricolo o di sicurezza stradale, ma di una vera e propria questione ambientale.
La posizione dell’Enpa
Per l’Enpa, lo studio del professor Mezzatenta rappresenta una conferma scientifica di ciò che l’associazione denuncia da tempo. Continuare a puntare sulla caccia come strumento principale di gestione è una scelta ideologica, non basata sui dati. Serve solo a produrre un consenso immediato ma fallisce sul piano dei risultati. Una gestione efficace della fauna selvatica deve basarsi sulla scienza, sul monitoraggio continuo delle popolazioni e su interventi mirati, non cruenti e realmente preventivi. Servono strategie integrate, capaci di ridurre i conflitti con le attività umane senza alimentare una spirale di violenza inutile e inefficace.
































