Soglia culturale
Alla fiera EOS di Parma non si entra soltanto in un padiglione espositivo. Si attraversa una soglia culturale. Lo si percepisce subito, già dall’impatto con quel flusso continuo di persone che, a un’ora dall’apertura, riempie gli spazi con un’energia inattesa. L’immaginario comune vorrebbe questo mondo ingrigito, abitato da figure ancorate al passato. Eppure, la realtà si impone con forza. Volti giovani, donne presenti e protagoniste, atlete del tiro che incarnano disciplina, precisione e orgoglio sportivo. C’è un tratto che colpisce più di ogni altro: lo sguardo. Diretto, limpido, senza artifici. È lo sguardo di chi conosce il territorio non per sentito dire, ma per esperienza quotidiana. Accanto agli occhi, le mani raccontano storie ancora più profonde. Mani segnate, robuste, abituate al lavoro e alla fatica. Non mani violente, come certa retorica superficiale vorrebbe suggerire, ma mani che costruiscono, che mantengono equilibri, che rispettano cicli naturali antichi quanto la terra stessa.
Un sapere tramandato
La caccia, in questo contesto, emerge non come semplice attività, ma come presidio culturale. È un sapere stratificato, tramandato, fatto di conoscenza delle stagioni, degli habitat, delle specie. È una relazione con il territorio che va oltre l’atto venatorio perché è osservazione, è attesa, è responsabilità. Il cacciatore autentico non è un consumatore di natura, ma un suo custode. In questo equilibrio si inserisce in modo decisivo il rapporto con l’agricoltura. Non si tratta di due mondi separati, ma di un sistema interdipendente che richiede oggi un nuovo patto, chiaro e lungimirante. L’impresa agricola non è soltanto produzione alimentare ma è anche e dovrebbe essere ancora di più produzione di ambiente e di fauna. Campi coltivati, siepi, fossati, rotazioni colturali sono elementi che generano habitat, sostengono la biodiversità e consentono la presenza stessa della fauna selvatica. Riconoscere questo ruolo unitamente alla produzione di fauna selvatica significa anche attribuire un valore economico a tali funzioni, superando una visione riduttiva del lavoro agricolo e l’idea che il rapporto con il mondo agricolo si risolve solo con indennizzi. Un’alleanza rinnovata tra mondo venatorio e agricolo può diventare la chiave per una gestione sostenibile del territorio, capace di integrare reddito, conservazione e identità rurale.
Gestione faunistica
Attraverso quella che si può definire “buona caccia” si realizza, infatti, una forma concreta di tutela della biodiversità. Il controllo selettivo delle specie, quando condotto con competenza e rigore, contribuisce a mantenere equilibri ecologici spesso compromessi dall’assenza di predatori naturali o dall’intervento umano indiscriminato. La gestione faunistica, sostenuta da dati, monitoraggi e collaborazione con enti scientifici, diventa così uno strumento di conservazione attiva. In questo quadro, la presenza di giovani e donne assume un significato ancora più rilevante. Non è solo un segnale di rinnovamento demografico, ma la dimostrazione che questo mondo ha una prospettiva, una capacità di evolversi senza perdere la propria identità. Le atlete del tiro, in particolare, rappresentano un ponte tra tradizione e modernità: precisione tecnica, concentrazione mentale, rispetto delle regole. Un linguaggio sportivo che dialoga con una cultura più ampia. Ai giovani l’associazionismo venatorio dovrebbe dare più attenzione chiamandoli al protagonismo.
Paladini del territorio
Accanto a questa evoluzione, si sta consolidando anche un lavoro organizzato e strutturato di grande valore. Fondazione UNA, insieme alle principali associazioni venatorie italiane – Federcaccia, Arcicaccia ed Enalcaccia – sta promuovendo progetti concreti che rafforzano il ruolo sociale della caccia. Tra questi, l’iniziativa dei “Paladini del Territorio” rappresenta un esempio emblematico. Interventi di cura ambientale, recupero di aree degradate, attività di volontariato che restituiscono dignità e visibilità all’impegno quotidiano dei cacciatori. Un’azione silenziosa ma incisiva, che contribuisce a ricostruire un legame positivo tra comunità, ambiente e istituzioni. In questo scenario, emerge con chiarezza anche una responsabilità che non può più essere elusa ed è quella della politica. Riconoscere questa parte di popolo significa uscire da una narrazione schiacciata tra propaganda e pregiudizio, e restituire complessità a un mondo troppo spesso semplificato. Servono politiche pubbliche capaci di ascolto, di equilibrio e di visione, che valorizzino il contributo reale di cacciatori e agricoltori nella gestione del territorio. Non si tratta di prendere posizione ideologica, ma di governare fenomeni concreti, basandosi su dati, competenze e dialogo. Solo così sarà possibile costruire un quadro normativo e culturale all’altezza delle sfide ambientali e sociali contemporanee.
Cosa significa la caccia oggi
Raccontare la caccia oggi significa, quindi, andare oltre stereotipi e semplificazioni. Significa riconoscere una comunità fatta di persone concrete, spesso silenziose, che trovano nel rapporto con la natura non un dominio, ma una forma di appartenenza. Significa osservare quei volti e quelle mani e comprendere che dietro c’è un’etica, prima ancora che una pratica. Alla fine della giornata, ciò che resta non è soltanto l’immagine di una fiera affollata, ma la consapevolezza di aver incrociato un’umanità autentica. Una comunità che, lontana dai riflettori, continua a presidiare territori, a custodire saperi, a contribuire, spesso senza riconoscimento, alla tutela di un patrimonio comune che è la biodiversità e la cultura del paesaggio e della ruralità.





































