Un confine poco chiaro
Caccia Village sta con i cacciatori. Negli ultimi giorni si parla molto di uno studio sugli effetti della braccata al cinghiale. Ma tra dati scientifici e interpretazioni, il confine non è sempre così chiaro. Ha quindi deciso di condividere una riflessione di Giuliano Milana, naturalista e vicepresidente di AIW (Associazione Italiana Wilderness). Ecco il suo pensiero: “Da giorni circola la notizia di un nuovo studio che analizza gli effetti della braccata sul cinghiale, in particolare sulla sua organizzazione spaziale e sui contatti tra individui. Continuo ad avere alcune perplessità sull’interpretazione che ne viene data, soprattutto quando dai risultati si arriva a parlare di rottura dei legami sociali, concetto che lo studio, in realtà, non misura direttamente“.
Cosa misura lo studio
“È utile chiarire subito un punto fondamentale. Lo studio non sostiene né dimostra che la braccata provochi aumenti demografici, né che sia responsabile dell’attuale esplosione numerica del cinghiale. Questo passaggio interpretativo avviene al di fuori del perimetro dei dati da parte dei soliti. Il lavoro si concentra esclusivamente sulla variazione dei contatti spazio-temporali tra individui dotati di collare GPS, in relazione a diverse modalità di caccia. Cosa misura realmente lo studio? La co-occorrenza spazio-temporale di individui marcati con GPS entro specifiche soglie di distanza e di tempo. Cosa non misura?
- Relazioni sociali effettive
- Struttura gerarchica dei nuclei
- Legami parentali
- Cooperazione, sincronizzazione comportamentale o ruoli sociali“
Risposte normali e adattative
“La riduzione dei contatti GPS osservata dopo le braccate non equivale automaticamente a una rottura dei legami sociali. Può indicare più semplicemente un aumento temporaneo della distanza interindividuale, una maggiore vigilanza, strategie antipredatorie o una diversa organizzazione spaziale. Nel cinghiale, specie estremamente plastica dal punto di vista comportamentale, queste risposte sono normali e adattative, non patologiche. Va inoltre considerato che lo studio lavora su popolazioni iperabbondanti, in contesti fortemente antropizzati, con una pressione venatoria spesso discontinua e disomogenea. Manca completamente il confronto con popolazioni storiche pre-espansione (anni ’50 – ’70), sottoposte a pressione venatoria intensa e continuativa. Si assume implicitamente come normale lo stato attuale iperdenso e si interpreta ogni perturbazione come una deviazione negativa“.
Un sistema efficace
“Lo studio documenta una riduzione dei contatti dopo le braccate ma non dimostra la durata dell’effetto, la sua persistenza stagionale, né l’impatto sul fitness, sopravvivenza o successo riproduttivo. In assenza di queste informazioni, si osserva una risposta acuta a un disturbo, non una trasformazione stabile della struttura sociale. Qualsiasi mammifero sociale sottoposto a mortalità improvvisa o pressione intensa mostra riorganizzazioni temporanee. Definirle rottura dei legami rappresenta un salto interpretativo non giustificato. Quando si ravvisa la necessità di ridurre sensibilmente le popolazioni per motivi concreti, la braccata resta, in molti habitat complessi, uno dei sistemi più efficaci disponibili“.





































