Il nuovo Decreto Sicurezza
Col nuovo Decreto sicurezza una ampia parte di cittadini da un giorno all’altro si è scoperta essere formata da potenziali delinquenti per il semplice fatto di avere con sé nel tempo libero o sul lavoro uno strumento banale come un coltello da tasca. Intendiamoci bene: non è mai stato consentito avere indosso un coltello, ma il buon senso e la valutazione del contesto in cui questo avveniva raramente hanno portato a contestazioni e soprattutto conseguenze come quelle che si prospettano ora. Sebbene l’intento dichiarato sia quello di rafforzare l’ordine pubblico e la sicurezza, l’intervento normativo per quanto concerne la parte relativa ai coltelli e in particolare quelli pieghevoli “da tasca”, appare nei fatti più una risposta emotiva a fatti di cronaca, che una soluzione strutturata. Il decreto vieta di portare con sé, anche al di fuori dei contesti urbani, coltellini richiudibili con lama superiore ai 5 centimetri dotati di blocco o apribili con una sola mano. Quel blocco lama, visto come una aggravante, in realtà non rende maggiormente offensivo il coltello, ma è un semplice dispositivo di sicurezza passiva volto a evitare la chiusura accidentale. Oggi, un banale portachiavi o un gadget pubblicitario può trasformarvi in “malviventi”.
Giustificato motivo
Mentre per le lame fisse fino a 8 cm resta l’appiglio del “giustificato motivo” – formula peraltro sempre vaga e soggetta all’arbitrio interpretativo – per i pieghevoli sopra i 5 cm non si ha nessuna scusante e si rischia la reclusione da sei mesi a tre anni e sanzioni accessorie pesanti, come la sospensione della patente o della licenza di porto d’armi. Ma è credibile che chi delinque si lasci scoraggiare da un aggravio di pena per il porto di un coltello? Chi viola la legge, per definizione non la osserva; queste norme finiscono così per colpire esclusivamente chi la legge la rispetta e utilizza il coltello come strumento di lavoro o nella vita di tutti i giorni. Per i cacciatori l’autorizzazione al porto durante l’esercizio venatorio non cambia, ma oltre a lasciare a casa tutti i pieghevoli con annessi accessori, come starnatori o lame a seghetto, e a impiegare finché non sarà fatta maggiore chiarezza solo coltelli a lama fissa, adesso si dovrà stare bene attenti al termine della giornata di caccia a toglierli dalla tasca o dalla cintura e riporli dove non siano di immediata disponibilità e impiego. Guai entrare a prendere il caffè dimenticandoselo nel gilet.
Domande più che lecite
Ma, l’addestramento cani, ad esempio, è un giustificato motivo per avere un coltello con sé? Che ne penseranno durante un controllo i Carabinieri Forestali o le Guardie venatorie? E tutte le altre attività all’aria aperta? Andate a cicoria, erbe di campo, asparagi, funghi? Sì, potrebbe essere un giustificato motivo, ma dare in mano al figlio o al nipote minorenne che ci accompagna una lama per raccoglierli farà di entrambi una associazione a delinquere? E la mela che vi portate in ufficio? Forse è meglio mangiarla con la buccia, che dice fa anche meglio. Pensiamo poi a coloro – agricoltori, artigiani, idraulici, verdurai, fruttivendoli, fiorai ambulanti vari, ecc… – che hanno bisogno di usare una lama in qualsivoglia forma. Per loro la vita si complica inutilmente, dovendo gestire un quadro normativo complesso, dove la distinzione tra “porto” e “trasporto” e la vaghezza del concetto di “giustificato motivo” lasciano ampio margine di interpretazioni e di… errori!
Passaggio in Senato
E che dire dei contraccolpi su un settore produttivo d’eccellenza del Made in Italy? Distretti storici come Maniago, Frosolone, Scarperia, la produzione artigianale di regioni come la Sardegna, rappresentano un patrimonio culturale ed economico riconosciuto in tutta Europa. Queste realtà, che fondano la propria identità sulla produzione di lame di altissima qualità per collezionisti e utilizzatori legali, risentono indirettamente di una normativa che sembra guardare all’oggetto più che all’intenzione di chi lo impugna. In attesa del passaggio in Senato per la conversione del decreto che dovrà avvenire entro aprile, l’auspicio – meglio: la necessità – è che si giunga a una formulazione più equilibrata. Una norma realmente efficace dovrebbe saper distinguere tra l’uso improprio finalizzato al reato e l’impiego onesto di uno strumento che, da secoli, accompagna l’uomo nelle sue attività quotidiane. Un approccio più pragmatico e meno legato all’emotività permetterebbe di garantire la sicurezza collettiva senza complicare inutilmente la vita di chi rispetta le regole. Che dovrebbe poi essere, diciamolo chiaramente, il fine di ogni Stato serio (“Primo piano”, di Marco Ramanzini, Caccia & Tiro 03/2026).




































