Cacciatore e pubblico ufficiale: quello che devi sapere

Il rapporto fra cacciatore e pubblico ufficiale non è sempre semplice. Il problema è spesso uno: la mancanza di sangue freddo dall’una e dall’altra parte e senza dubbio la mancata conoscenza dei reati cui si può andare incontro se il rapporto fra i due non sia tranquillo e civile.

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Essere a conoscenza dei rischi insiti in determinati atteggiamenti e consapevoli delle conseguenze che derivano dalle proprie azioni è piuttosto utile per evitare di cacciarsi in guai anche piuttosto seri. Oggi parliamo di minacce e violenze contro un pubblico ufficiale.

Il pubblico ufficiale

Tanto per cominciare è importante chiedersi chi sia il Pubblico Ufficiale. L’articolo 357 del Codice Penale è chiaro a tal proposito: Pubblico Ufficiale è chi esercita una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa. L’integrazione della legge 181/92 precisa la posizione ricordando che il Pubblico Ufficiale dà luogo alla manifestazione della volontà della Pubblica Amministrazione a cui può dare svolgimento per mezzo di poteri autoritativi o certificativi.

L’addetto alla vigilanza venatoria è dunque, senza ombra di dubbio un Pubblico Ufficiale, che agisce per conto dell’ente che rappresenta; quando reda un verbale di accertamento di una violazione sta senza ombra di dubbio dando manifestazione del suo potere autoritativo e svolgendo la sua funzione di braccio destro della Pubblica Amministrazione.

Violenza e minaccia al pubblico ufficiale

A dare definizione chiara di questo reato è la legge 336 del Codice Penale. La legge è piuttosto esaustiva e stabilisce che chiunque usi violenza o minacci un pubblico ufficiale per costringerlo a fare un atto contrario ai propri doveri, o ad omettere un atto dell’ufficio o del servizio, è punito con la reclusione dai sei mesi ai cinque anni.

Tutto sembra piuttosto chiaro, ma nella realtà delle cose non sempre le situazioni lo sono: quello che è importante sapere è cosa si debba intendere per minaccia e violenza. Lo scopo della violenza e della minaccia è quello di costringere il Pubblico Ufficiale a fare un atto contrario ai propri doveri, quindi porlo in stato di timore o di costrizione tale da indurlo a non redigere un verbale.  Tutte le azioni volte a creare questo genere di situazione sono considerate reato, le altre no. Facciamo un esempio pratico: cercare di sottrarre il bollettario al Pubblico Ufficiale per evitare che stili il verbale, strattonarlo, magari buttarlo a terra è certamente un reato. Minacciarlo nella sua persona e nelle sue proprietà è reato.

Non risulta invece essere una minaccia o una violenza la contestazione del cacciatore che mostra la volontà di rivolgersi al proprio legale. Secondo la legge rivolgersi all’avvocato per far tutelare i propri diritti non è da intendersi come minaccia, ma è semplicemente una manifestazione di disappunto del cacciatore, del tutto lecita.

Curiosità

Negli ultimi anni alcune sentenze della Corte di Cassazione hanno tolto qualsiasi dubbio in merito ad una situazione piuttosto controversa: per confermare l’esercizio venatorio in atto non è necessario l’abbattimento reale della fauna selvatica, ma è sufficiente che le circostanze concrete dimostrino che il cacciatore si preparava effettivamente alla caccia.

Ancora una volta un esempio pratico ci può aiutare. Il cacciatore che si inoltra in una zona in cui è vietata la caccia con cani da caccia, munizioni, fucili segnalatori e via discorrendo, se fermato da un Pubblico Ufficiale potrà essere oggetto di verbale pur senza aver cacciato effettivamente alcun capo di selvaggina. Le circostanze d’altronde non lasciano dubbi sul fatto che l’intento sia quello di abbattere fauna selvatica in un luogo non consono. Discutere in quel caso non avrebbe alcun senso.

Resistenza a pubblico ufficiale

Ecco un altro reato che viene commesso con frequenza senza conoscerne realmente le conseguenze. Nell’articolo 337 il Codice Penale prevede che chiunque usi violenza o minacci per opporsi a un Pubblico Ufficiale che sta compiendo un atto di ufficio o un servizio è punito con la reclusione dai sei mesi ai cinque anni. Ma di questo aspetto parleremo più diffusamente nei prossimi articoli.

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