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Home Notizie di caccia Ultime

Accademia dei Georgofili: “Il mondo ambientalista, fonte di fake news?”

Ne è la prova la diffusione di informazioni che sono fonte di confusione per i consumatori

Simone Ricci di Simone Ricci
23 Gennaio 2025
in Ultime
Tempo di lettura: 6 minuti di lettura
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Un film controverso

Non sono in grado di dire se vi sia una qualche relazione fra “Food for profit” (film di Giulia Innocenzi) e il documento WWF: “Al via la meat free week promossa dal WWF”, apparso il 26-02-24. Certamente è analoga l’ispirazione animalista e, soprattutto, l’attitudine a mescolare verità (poche) e fake (molte); in entrambi, ne risulta la diffusione di informazioni che sono fonte di confusione per i consumatori con minori competenze specifiche. Di qui il mio tentativo di evidenziare le principali “fake” veicolate dal documento WWF e così chiarire anche quelle riportate nel già menzionato film “Meat for profit”.

Frasi da confutare

Per facilitare la lettura, il testo contiene (numerate) le frasi tratte dall’originale WWF (in corsivo e grassetto) che sono sembrate degne di essere confutate; ad esse fanno seguito le motivazioni critiche e, per accrescerne l’autorevolezza, ho citato alcuni documenti ufficiali della FAO.

Gli allevamenti intensivi sono una delle principali cause del cambiamento climatico, responsabili del 16,5% delle emissioni globali di gas serra (cifra paragonabile agli effetti dell’intero settore dei trasporti, considerando treni, macchine, aerei e camion) e del 60% delle emissioni dell’intero settore agroalimentare.

I dati numerici non sono lontani dalla realtà, ma non vi è alcuna relazione con gli allevamenti intensivi; infatti, i dati sulle emissioni corrispondono a quelli di tutti gli animali allevati sul pianeta, come emerge dal documento FAO (2023) che afferma: “A livello globale, la produzione di proteine animali, come presentato nella sottosezione precedente (Produzione globale di proteine animali), è associata a un totale di 6,2 Gt CO2eq di emissioni, che costituiscono circa il 12% delle emissioni antropogeniche totali stimate tra 50 e 52 Gt CO2eq nel 2015.” Ammettiamo pure che la FAO abbia sbagliato per difetto, ma è ovvio che il 16,5% del WWF non sia così lontano. Se a questo punto si considera che nei Paesi meno sviluppati è allocato un numero di bovini e ovicaprini che è da 6 a 9 volte superiore a quello dei Paesi sviluppati (FAOSTAT, 2018), risultano confermati i dati FAOSTAT (2020), che cioè la quota delle emissioni di CH4 enterico da parte dei ruminanti è più elevata in Asia (37%), sud America (23%) ed Africa (17%), rispetto ad Europa (10%), nord America (9%) e Oceania (3%). A questo punto, si potrebbe chiedere al WWF come sia possibile che gli allevamenti intensivi – una esigua minoranza nei 3 continenti Asia, Africa e America Latina – possano essere responsabili di gran parte dei GHG mondiali. D’altra parte, è esattamente quanto la FAO (2023) afferma nel medesimo documento: “La riduzione più significativa delle emissioni, sia assolute che relative, può essere ottenuta dando priorità ai miglioramenti della produttività, non solo per quella animale ma anche ottimizzando l’efficienza in ogni fase della catena di produzione… Questo documento stima che, se implementati collettivamente, questi miglioramenti (di produttività) potrebbero ridurre significativamente le emissioni del settore zootecnico, pur rispettando l’aspettativa di un ulteriore 20% di aumento del fabbisogno di proteine animali prevista entro il 2050.” L’aumento della produttività è, in primo luogo, quanto consentono gli allevamenti intensivi.

Il consumo di risorse

Gli allevamenti intensivi consumano risorse: fino al 10% dell’acqua dolce del Pianeta e fino al 30% delle terre non coperte dai ghiacci. Non è trascurabile anche la deforestazione provocata dall’aumento, a livello globale, della domanda di carne: il 60% delle foreste pluviali (in Amazzonia questa percentuale arriva al 70%) viene abbattuto proprio per ottenere pascoli e per coltivare grandi quantità di vegetali (soprattutto soia e cereali) destinati all’alimentazione animale. Tutte cause non solo della perdita di habitat e specie selvatiche, ma anche dell’effetto serra responsabile del riscaldamento globale.

Anche in questo caso i dati numerici non sono del tutto errati, ma lo è la loro interpretazione; infatti, per l’acqua, basterebbe dire che un altro 50-60% dell’acqua dolce usata per l’irrigazione serve le coltivazioni di vegetali ad uso umano. Mentre per il consumo di suolo, è bene ricordare che la progressiva occupazione delle terre emerse non coperte da ghiacci è continuata sino al 2° dopoguerra in relazione con la crescita della popolazione (negli ultimi 150 anni dal 10% circa a un 36%); dal 1960, l’ulteriore occupazione è per contro aumentata di poco, benché la popolazione mondiale sia passata da 3 a circa 8 miliardi. Ciò è dovuto esclusivamente alla maggiore produttività (come detto dalla FAO, 2023), e quindi agli allevamenti intensivi; questi ultimi permettono, infatti, di produrre la stessa quantità di carne o latte con un numero di animali enormemente inferiore. Pertanto, a differenza da quanto sostiene il WWF, gli allevamenti intensivi comportano una minore occupazione di nuove terre (ed emissioni di GHG).

Allevamenti intensivi non sostenibili

L’insostenibilità degli allevamenti intensivi è evidente anche dal punto di vista di efficienza nutrizionale: nonostante il 77% dei terreni agricoli mondiali sia dedicato all’allevamento, questi generano solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine totali consumate dalla popolazione mondiale.

Siamo nuovamente a dati numerici vicini alla realtà, ma interpretati erroneamente dal WWF; in primo luogo, si minimizza il fatto che il 37% delle proteine consumate dall’uomo provenga dagli animali. Infatti, è a tutti ben noto come sia proprio l’insufficienza di proteine di buona qualità – nei Paesi a Basso Reddito meno del 20% del totale è di origine animale – a causare gran parte dei problemi di malnutrizione nel mondo. In secondo luogo, si omette di precisare che, in realtà, il 65-70% dei terreni agricoli è costituito da praterie-pascoli, difficilmente coltivabili e comunque assai prossimi alle condizioni naturali. Ovvio che solo gli animali consentono l’utilizzo di tali aree da parte dell’uomo che, semmai, dovrebbe migliorarne l’efficienza con opportuna intensificazione.

Il particolato atmosferico

Altra sostanza dannosa che gli allevamenti intensivi possono rilasciare nell’ambiente è il particolato atmosferico (principalmente ammoniaca proveniente dalle deiezioni degli animali), tanto che in Italia gli allevamenti sono addirittura la seconda causa di inquinamento da polveri sottili (PM).

Il problema è reale, ma non esclusivo degli allevamenti intensivi, semmai questi tendono ad accentuarlo in alcune aree dove varie condizioni favoriscono la concentrazione di molti animali; comunque, pur con dati molto variabili fra quelli disponibili, il contributo degli allevamenti ai PM sarebbe intorno al 25-27% in Lombardia ed un poco minore (19-20%) in Emilia-Romagna, indubbiamente per effetto della diversa presenza di animali allevati. Il contributo è rilevante, ma può essere contenuto ricorrendo ad opportune tecniche di stoccaggio delle deiezioni e di successiva distribuzione sui terreni; entrambe sono già disponibili e permetterebbero – fra l’altro – di sfruttare meglio l’effetto fertilizzante di tali deiezioni. Ricordiamo poi che l’ammoniaca agricola non è legata ai soli animali; inoltre, per la formazione di particolato serve anche la presenza di ossidi di azoto o di zolfo (di altra origine). Se quindi è necessario agire per ridurre l’ammoniaca e quindi il PM, appare difficile pensare, come sostiene il WWF, che gli allevamenti intensivi possano rappresentare la seconda causa di tale forma di inquinamento (in Italia il contributo sarebbe, infatti, nettamente inferiore al 20%).

Una dieta senza carne

Se si passasse a una dieta senza carne a livello globale si ridurrebbe del 76% l’uso del suolo legato all’alimentazione, del 49% le emissioni di gas serra legate all’alimentazione, del 49% l’eutrofizzazione (ossia l’eccesso di nutrienti, in particolare composti dell’azoto e del fosforo, nell’acqua e nel suolo) e del 35% l’uso di acqua blu e verde insieme. I benefici sarebbero inoltre anche sanitari: se la dieta vegetariana fosse adottata a livello mondiale entro il 2050, porterebbe a una riduzione della mortalità globale fino al 10%, evitando circa 7 milioni di morti all’anno, mentre il veganismo farebbe salire questa stima a 8 milioni. È studiato infatti che l’aspettativa di vita potrebbe aumentare fino a dieci anni in seguito al passaggio a diete più sane.

Anche in questo caso i dati sono parzialmente veri; a sorprendere è tuttavia la mancanza di qualsiasi cenno al fatto che il rischio per la salute, connesso agli alimenti di origine animale, è strettamente dipendente dal loro eccesso. Così come non si richiama l’altro lato della medaglia che, fortunatamente, ricorda la FAO (2023) con estrema precisione: “Gli alimenti provenienti da animali terrestri, nell’ambito di modelli dietetici adeguati, possono dare un contributo importante alla riduzione dei casi di rallentamento della crescita e del deperimento nei bambini sotto i cinque anni, di basso peso alla nascita, di anemia nelle donne in età riproduttiva (15-49 anni), di sovrappeso nei bambini sotto i 5 anni di età, ma anche di obesità e di malattie non trasmissibili legate all’alimentazione negli adulti.”

Circa la superficie che verrebbe risparmiata senza animali allevati, già si è detto che tali aree sarebbero difficilmente coltivabili; a ciò aggiungiamo che verrebbero comunque popolate da animali selvatici (antilopi, gazzelle, gnu, cervi, caprioli ecc.), ugualmente in grado di emettere GHG e rilasciare ammoniaca. Con riferimento all’acqua, il WWF include anche la quota verde che – per definizione – è quella che permea il suolo (da pioggia) e può essere utilizzata solo grazie alla crescita delle piante (che nelle praterie-pascoli possono essere, a loro volta, valorizzate solo dagli animali). Circa, infine, l’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee, il tema è reale, ma si tratta di una problematica che può essere affrontata con mezzi tecnologici (come si è fatto per gli inquinamenti da detersivi, deiezioni umane ecc. grazie ai depuratori); tuttavia, il ricorso ad essi è attuabile solo negli allevamenti intensivi (per ovvie ragioni di scala).

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Considerazioni finali

Al termine di queste considerazioni, e a titolo di conclusione, debbo ammettere – almeno in certa misura – un conflitto di interesse per essere stato uno zootecnico. Tuttavia, grande è stato il mio sforzo per raccogliere e utilizzare informazioni oggettive, soprattutto provenienti dalla FAO. Mi chiedo, al contrario, quali possano essere state le fonti del WWF che portano a far ritenere gli allevamenti intensivi fra le principali cause per la salute umana e per la salvaguardia del pianeta. Mi affido, dunque, alla capacità di discernimento del lettore per evidenziare, ancora una volta, che l’accoglimento delle proposte di area ambientalista porrebbe le basi per minare la salute di molti essere umani (per inadeguata disponibilità di alimenti di origine animale), mentre l’eventuale tentativo di produrre gli alimenti comunque necessari per evitare tale carenza, comporterebbe l’aumento delle aree occupate (con calo della biodiversità) e delle emissioni di gas climalteranti, cioè l’opposto di quanto dicono di perseguire. (Fonte Giuseppe Bertoni – Georgofili Info. Notiziario di informazione a cura dell’Accademia dei Georgofili

Tags: ambientalistianimalisticonfusioneconsumatorifake newsgeorgofili
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Simone Ricci

Giornalista. Nato a Roma nel 1982. Tante passioni, tra cui quella per l'ambiente, il territorio e la ruralità, maturata grazie alle vacanze nell'Appennino Umbro-Marchigiano e ai racconti dei cacciatori del posto. Ha dedicato parte dei suoi studi all'agricoltura e all'economia "green".

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Caccia Passione S.r.l.
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