Riflessione profonda
L’associazione CONFAVI (Confederazione delle Associazioni Venatorie Italiane) ha condiviso tramite i propri social una riflessione interessante e profonda di Gian Carlo Bosio, medico, veterinario, montanaro, cacciatore e allevatore. Una riflessione che ha come protagonista assoluto, ma in negativo, il CAI.
La montagna di ieri e di oggi
Queste le sue parole: “Una volta il Club Alpino Italiano era la casa degli uomini e delle donne di montagna. Era la voce dei pastori, dei valligiani, delle guide alpine che sapevano leggere i sentieri come un libro aperto e conoscevano ogni sasso, ogni valico, ogni silenzio. Le prime guide alpine erano pastori. I primi alpinisti dormivano nei fienili dei malgari, condividevano pane nero e polenta. La montagna era dura, ma vera. Oggi il CAI non la riconosce più. Peggio: la disprezza. Il Club Alpino Italiano, nato per custodire, conoscere e amare la montagna, oggi si è trasformato nell’ennesima succursale del pensiero ideologico, ambientalista da salotto. Da anni ormai si accoda alle mode del rewilding, sostenendo il ritorno massiccio del lupo nelle vallate alpine, come se i pastori fossero un problema e i predatori una risorsa turistica. Da anni mette in discussione la presenza di croci sulle vette, in nome di un laicismo che puzza di revisionismo culturale”.
Benessere urbano
“E da anni tace – o peggio approva – nei progetti che vogliono trasformare le montagne in parchi tematici per il benessere urbano, ignorando del tutto le comunità che ci vivono, ci lavorano e le amano da secoli. Chi decide per le montagne? Non chi le abita. Il problema è tutto qui: il CAI non rappresenta più chi vive la montagna, ma chi la consuma. È diventato un’associazione borghese, urbana, accademica. Le sue posizioni sono scritte nei corridoi dei palazzi, non nelle baite. Laddove un tempo si promuoveva l’arte dell’arrampicata come esperienza spirituale e fisica, oggi si promuove la montagna come palestra sostenibile, luogo di meditazione urbana o, peggio, parco giochi per bioescursionisti del weekend. E intanto i pastori si arrangiano. Le mandrie sbranate non commuovono nessuno, se non i diretti interessati. Le croci sulle vette vengono vandalizzate o cancellate per non offendere, come se la fede che ha accompagnato generazioni di montanari fosse qualcosa da nascondere. Le sezioni locali del CAI vengono messe a tacere o spinte ad allinearsi a una linea dettata da chi la montagna la guarda solo da un finestrino del treno per Bolzano”.
Una nuova associazione
“È ora di dire basta. Serve una scossa. Serve che le sezioni alpine del CAI, quelle vere, quelle radicate nelle valli, con i piedi nel fango e il cuore sulle creste, alzino la testa. Basta compromessi. Chi non si riconosce più in questa deriva eco-ideologica deve scegliere: cambiare la linea del CAI dall’interno o uscirne e fondare qualcosa di nuovo. Serve un’associazione montanare, non animal-ambientalista. Serve un club che stia dalla parte di chi vive le montagne, non di chi le progetta. Serve un movimento che riconosca i pastori, i boscaioli, le guide, i malghesi come i veri custodi dell’ambiente alpino – non il lupo, non il cervo, non il forestale col drone. La montagna non è un museo da osservare in silenzio: è un luogo vivo, abitato, fatto di fatica, di cultura, di fede, di identità. E finché il CAI continuerà a tradire tutto questo, sarà parte del problema”.