Dove è stato pubblicato il lavoro
È stato recentemente pubblicato sulla rivista scientifica “Conservation” uno studio del Professor Mazzatenta dell’Università di Chieti, che attribuisce interamente alla caccia la responsabilità dell’espansione e proliferazione del cinghiale. Il lavoro appare animato da un radicato pregiudizio anti-venatorio: non porta nuovi dati sperimentali e sceglie in modo arbitrario e talvolta errato, modelli e letteratura.
L’analisi dello studio
Il Dottor Francesco Santilli e il Dottor Roberto Mazzoni della Stella, tecnici faunistici con una lunga esperienza nella gestione delle specie selvatiche, hanno analizzato approfonditamente lo studio e, basandosi sui dati e sulla letteratura scientifica disponibile, ne dimostrano la sostanziale infondatezza.
Evidenze scientifiche
Il documento analizza criticamente uno studio recente sulla gestione del cinghiale in Italia, che attribuisce l’aumento della specie quasi esclusivamente a fattori antropici, in particolare alla caccia. Gli autori contestano questa interpretazione, sostenendo che le evidenze scientifiche disponibili indicano un ruolo centrale dei fattori ambientali nella crescita e diffusione del cinghiale. Le analisi genetiche più recenti mostrano che le popolazioni italiane di cinghiale conservano in larga parte le caratteristiche del ceppo autoctono (Sus scrofa majori), popolarmente conosciuto come cinghiale “maremmano”, mentre l’ibridazione con maiali domestici e i ripopolamenti con soggetti esteri hanno avuto un impatto limitato.
I ripopolamenti
Anche dal punto di vista storico, la documentazione recentemente rinvenuta testimonia come gran parte dei ripopolamenti del secondo Novecento siano stati realizzati con cinghiali provenienti dalle popolazioni originarie, appartenenti appunto alla sottospecie Sus scrofa majori.





































