Riflessioni libere
Frutto di un colloquio intercorso con il nostro Presidente Massimo Buconi, pubblichiamo alcune riflessioni espresse da Marco Ciarafoni, nome che non ha bisogno di presentazione nel mondo venatorio, che indagano l’essenza dell’essere cacciatore oggi. In un’epoca di rapidi cambiamenti culturali, interrogarsi sul senso della nostra passione non è solo un esercizio di stile, ma una necessità per garantire il futuro dell’attività venatoria. La Federazione Italiana della Caccia conferma la propria natura di spazio aperto al dialogo: siamo convinti che il confronto, purché basato su toni costruttivi e rispetto reciproco, sia la linfa vitale per la nostra crescita. Promuovere una consapevolezza critica e matura sulla caccia significa contribuire a una sua più corretta accettazione sociale, inserendola nel solco di una moderna gestione ambientale. Invitiamo a leggere questi spunti come un’opportunità per arricchire il dibattito collettivo e rafforzare le radici etiche della nostra comune passione.
Le parole di Ciarafoni
Lo rivendico: sono un cacciatore. E rivendicarlo oggi significa esporsi. Significa accettare lo sguardo sospettoso di una società sempre più distante dalla natura vissuta e sempre più vicina a una natura idealizzata, astratta, spesso conosciuta solo per immagini o per sentito dire. Eppure la caccia non è un’anomalia della storia umana: è, al contrario, una delle sue fondazioni originarie. L’uomo nasce cacciatore prima ancora che agricoltore. La caccia non è stata soltanto mezzo di sussistenza, ma scuola di conoscenza, di relazione con l’ambiente, di misura e di limite. Essa ha modellato il linguaggio, il rito, la socialità e persino il pensiero simbolico. Ridurla a un atto di violenza gratuita significa amputare una parte essenziale della nostra storia.
Dalle pitture rupestri di Lascaux alle società pastorali e rurali europee, la caccia ha rappresentato una forma di dialogo con il selvatico. Non era solo prelievo, ma osservazione, attesa, comprensione dei cicli naturali. Il cacciatore tradizionale non “domina” la natura ma vi si inserisce con rispetto, sapendo che ogni errore si paga, ogni eccesso rompe un equilibrio.
Il gesto più alto del cacciatore
In questo senso, la caccia è sempre stata anche etica del limite. Chi caccia sa che non tutto ciò che è possibile è lecito e che la sopravvivenza dell’ambiente coincide con la sopravvivenza dell’uomo stesso. Mario Rigoni Stern, profondo conoscitore della montagna e dei suoi silenzi, ha restituito alla figura del cacciatore una dignità morale lontana da ogni retorica. Nei suoi scritti il cacciatore non è mai predatore cieco, ma custode attento, uomo che conosce il bosco “come si conosce una persona cara”. Rigoni Stern ci ricorda che la natura non è uno scenario, ma una comunità vivente e che chi la frequenta davvero sviluppa un senso profondo di responsabilità. La caccia, nei suoi racconti, è fatta di albe gelide, di lunghe attese, di emozioni trattenute, di rinunce consapevoli. Spesso il gesto più alto del cacciatore è non sparare. Accanto a lui, altri autori – da Henry David Thoreau a Ortega y Gasset – hanno sottolineato come il rapporto diretto con il selvatico restituisca all’uomo una verità che la modernità tende a rimuovere. La vita è fragile, interdipendente e mai neutra.
Una figura radicata nel territorio
Dal punto di vista sociale, il cacciatore tradizionale è figura radicata nel territorio. Conosce sentieri, stagioni, mutamenti climatici, dinamiche faunistiche spesso prima degli esperti. In molte aree rurali e montane, la caccia ha rappresentato, e rappresenta ancora, un presidio umano contro l’abbandono, l’incuria, il dissesto. Non è un caso che proprio i cacciatori siano spesso i primi a segnalare squilibri faunistici, malattie, specie invasive. La loro conoscenza non è libresca, ma esperienziale, costruita sul campo, anno dopo anno. Nel contesto contemporaneo, la caccia non può essere pensata come nel passato, ma non per questo deve essere demonizzata. Al contrario, una caccia regolamentata, scientificamente fondata e culturalmente consapevole è strumento di gestione e tutela ambientale. La perdita dei grandi predatori, che pure stanno tornando senza che siano stati adottati piani di gestione efficaci, la frammentazione degli habitat e l’alterazione degli equilibri naturali impongono interventi responsabili. Il cacciatore moderno, formato e consapevole, svolge un ruolo attivo nella conservazione, non in opposizione ma in collaborazione con il mondo scientifico.
Gratitudine, misura, silenzio
Anche la tradizione biblica offre spunti spesso fraintesi. Nel libro della Genesi, l’uomo riceve il compito di “dominare” la terra, ma il significato originario del termine richiama la custodia, non lo sfruttamento. L’uomo è posto nel giardino “per coltivarlo e custodirlo”. La caccia, se vissuta come atto di responsabilità e non di sopraffazione, si inserisce in questa visione: riconoscere che la vita non ci appartiene, ma ci è affidata. Ogni prelievo implica gratitudine, misura, silenzio. Non c’è spazio per l’arroganza, ma per il rispetto. Infine, c’è una dimensione che sfugge a ogni analisi razionale ed è l’emozione. L’alba nel bosco, il respiro trattenuto, l’incontro improvviso con l’animale selvatico, lo sguardo che incrocia un altro sguardo vivo. In quell’istante il cacciatore comprende di essere parte di qualcosa di più grande. È una passione che non nasce dall’uccidere, ma dal sentirsi presenti, pienamente, nel mondo naturale. Una passione che educa all’umiltà, al silenzio, all’attesa. Valori sempre più rari e proprio per questo sempre più necessari. Rivendicare oggi di essere cacciatore non significa difendere un privilegio, ma affermare una identità culturale complessa, che affonda le radici nella storia dell’uomo e interroga il suo futuro. Significa chiedere che il dibattito sulla caccia torni a essere serio, informato, rispettoso delle differenze. Oggi non lo è perché affidato allo scontro tra tifoserie dove troppo spesso trovano posto politica ed istituzioni. Così si allontana ragionamento ed approfondimento, prevale la pancia e la parola gestione viene archiviata nel cassetto più lontano. Ed anche alla scienza viene tirata impropriamente la giacca.
Dove collocare la caccia?
Diventa così impossibile inquadrare oggettivamente il contesto dove collocare la caccia e saper coniugare tutela della biodiversità, all’interno di un sistema pubblico, con il rafforzamento dei ruoli e delle funzioni delle imprese agricole multifunzionali, quali presidi sociali ed economici protagonisti dello sviluppo rurale, dell’insediamento nelle aree interne e della transizione ecologica. Fermo restando la fauna patrimonio indisponibile dello Stato quale assunto imprescindibile di partenza. In uno scenario siffatto il cacciatore, quando è tale nel senso più alto del termine, non è nemico della natura. Ne è, piuttosto, uno degli ultimi interpreti. Pregiudizi a parte.




































