Passo migratorio. Ecco come cambiano le specie migratrici

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Passo Migratorio e i misteri della migrazione: le differenze fisiche fra volatili migratori e stanziali e magia evolutiva del selvatico che per sopravvivere percorre ogni anno milioni di chilometri in volo.

E’ una costante che accompagna la vita degli uccelli che ogni anno, se migratori, si spostano da un luogo all’altro del globo per trovare condizioni ideali per la loro sopravvivenza. Chi ritiene però che quello della migrazione sia un fenomeno immutabile sbaglia. Le abitudini dei volatili cambiano condizionate da diversi fattori: il clima annuale tanto per cominciare, le necessità contingenti e la genetica sono elementi da non sottovalutare. Se il fenomeno della migrazione fosse preciso e immutabili non si sprecherebbero tante parole per spiegarlo, non lo studierebbe con tanta attenzione e soprattutto i cacciatori ad ogni cambio stagionale non chiamerebbero insistentemente i propri colleghi, residenti più a nord, per conoscere il flusso della migrazione, in attesa che li raggiunga. Esistono invece annate di buon passo e annate tristemente deserte, e per quanto ci si sforzi di comprenderne a pieno i motivi, ancora la migrazione degli uccelli è fenomeno in buona dose misterioso e magico.

Migrazione: perché?
Gli uccelli si spostano per un unico motivo: moltiplicare in maniera esponenziale la possibilità di sopravvivere e di riprodursi. Questa possibilità aumenta notevolmente se gli animali scelgono di muoversi stagione dopo stagione, optando per luoghi ecologicamente diversi. E’ un dato di fatto: i luoghi di nidificazione ad un determinato momento diventano inadeguati alla permanenza di alcune specie: gli uccelli li abbandonano perché li ritengono inospitali. Il motivo è semplice, i cambiamenti climatici stagionali hanno diminuito la disponibilità di cibo; con il freddo che è sopraggiunto le piante non producono più gli alimenti indispensabili per il sostentamento dei volatili, molti insetti sono morti e molti altri si trovano sotto il livello della neve.

Agli uccelli non resta che una cosa da fare: trovare un habitat più confortevole. Fin qui niente di insolito. Quel che ancora la scienza non è riuscita a comprendere è il motivo che spinge i migratori a far ritorno verso il luoghi di nidificazione. Le condizioni offerte dai luoghi di svernamento infatti sono sempre potenzialmente ottimali, o per lo meno sufficienti per la sopravvivenza della specie: disponibilità di cibo, ore di luce mantengono livelli sempre accettabili. Non si spiega quindi il motivo che li spinge verso il ritorno verso i luoghi di nidificazione spesso e volentieri piuttosto distanti.

Migrazione: come si evolve la specie?
Per conoscere l’evoluzione della migrazione, già che lo abbiamo detto, non rimane uguale, sarebbe importante conoscere gli adattamenti fisiologici, comportamentali e morfologici della specie. Questo risulta piuttosto complicato visto che all’interno di una stessa popolazione è possibile si presentino stadi di evoluzione differenti. In linea di massima possiamo comunque ammettere che sono più soggetti a forme evolutive i volatili che sono costretti a lunghe e faticose migrazioni: nello specifico si creano meccanismi che regolano la partenza e l’orientamento del volo, si verifica un accumulo di grasso stagionale, e in alcuni casi si modifica la morfologia dell’animale. D’altronde il corpo dell’uccello è importante cambi in maniera tale da poter coprire al meglio le lunghe distanze. Se ad esempio si sceglie di confrontare un migratore con un uccello stanziale si notano alcuni dettagli interessanti:
•    le ali. Sono più lunghe appuntite nel migratore;
•    la coda. In genere è più corta;
•    osso coracoide e sterno. E’ più lungo quanto più lunghe sono le distanze coperte dal volatile;
•    il corpo. In genere è più snello, leggero e compatto;
•    cervello. Nei soggetti migratori si è registrato uno sviluppa maggiore dell’ippocampo.
Si tratta di differenze che si spiegano facilmente: ali più appuntite e coda più corta riducono sostanzialmente la resistenza aerodinamica durante il volo, e questo implica la possibilità, per il migratore, di volare con più semplicità e con un minor dispendio di energia. Gli uccelli che invece possiedono ali più arrotondate e code più lunghe hanno un maggiore controllo e manovrabilità durante la fase di ascesa e id decollo.
La lunghezza delle ossa, che a tutta prima sembrerebbe un dettaglio non direttamente inerente al volo, lo è e come. Ossa più lunghe consentono la formazione di muscolature più forti e dunque la possibilità di sopportare sforzi più pesanti.

Evoluzione della specie, questione di genetica.
Quando si parla di evoluzione in buona dose centra la genetica. E’ la genetica che probabilmente li aiuta quando si tratta di partire e tornare in una stessa area, che informa gli animali del momento migliore per la riproduzione, che li aiuta ad arrivare in luoghi mai visti prima di allora. A dimostrare che non si tratta di magia ma di genetica ci ha pensato uno studio recente, condotto da Peter Berthold e alcuni suoi studenti che finalmente ha dimostrato scientificamente quanto la genetica in tutta la questione della migrazione sia fondamentale.

E’ infatti stato dimostrato che i caratteri genetici che controllano la migrazione sono ereditari: la selezione naturale non fa altro che effettuare delle scelte, molto simili a quelle fatte dagli agricoltori che scelgono di far riprodurre la pianta più longeva e produttiva. La selezione naturale dal canto suo sceglie di eliminare o salvaguardare i tratti genetici più utili. Attraverso questo genere di scelte la popolazione si modifica più o meno lentamente. Quando si parla di migratori, nello specifico, i tratti sotto controllo genetico ereditari sono principalmente 3: le tempistiche migratorie, la distanza da percorrere e la direzione di volo.  Migrazione dopo migrazione saranno solo gli individui che presentano le caratteristiche migliori a sopravvivere e dunque a passare le proprie attitudini genetiche ad altri.

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