Un caso nazionale
Ci sono storie di cui gli italiani sembrano non poter fare a meno, salvo poi dimenticarsene a distanza di tempo e non ricordare nemmeno più il motivo di tanto interesse. Il processo ai danni di Adriano Celentano per una frase anticaccia pronunciata durante un vecchio show televisivo è una di queste. La fine degli anni Ottanta del secolo scorso è stata letteralmente dominata da questa vicenda, come se non ci fosse altro di cui preoccuparsi: tenendo conto che dalla puntata incriminata (fine 1987) all’assoluzione piena del “molleggiato” (gennaio 1989) è trascorso oltre un anno, non si può credere che non ci fosse stato null’altro di interessante.
Il monologo contro l’attività venatoria
Ad esempio, solo per citare il nostro paese, Licio Gelli venne estradato dalla Svizzera, nacque un nuovo governo e morì Enzo Tortora dopo la vicissitudine giudiziaria che lo aveva visto protagonista. Eppure una semplice frase di Celentano provocò uno scossone clamoroso: per comprendere questa storia bisogna tornare indietro al 7 novembre del 1987. È sabato e gli italiani guardano in tv “Fantastico” (oltre 11 milioni di spettatori secondo lo share dell’epoca). Poche ore dopo la fine della trasmissione, quegli stessi italiani sarebbero andati a votare per il referendum su giustizia e nucleare. Celentano pensò bene di innescare una polemica apparentemente senza senso, dopo uno dei suoi proverbiali silenzi, si lasciò andare a un monologo: Se volete il disarmo del mondo, se avete paura del nucleare, domani aggiungete una frase sulla scheda La caccia è contro l’amore, non la vogliamo. Il tutto con tanto di errore grammaticale perché la frase venne scritta su una lavagna e la “e” non era accentata. Ma poco importa, la bomba era stata innescata e la Rai si rese subito conto della “frittata”.
Il processo
Davanti al cantante, infatti, era presente il responsabile della trasmissione, Mario Maffucci che si infastidì comprensibilmente. Il processo fu inevitabile e già due giorni dopo il fattaccio venne avviata un’inchiesta. Processo che iniziò il 30 maggio 1988, esattamente 38 anni fa, con i dirigenti Rai assolti e Celentano costretto a fronteggiare accuse pesanti, vale a dire la violazione dell’articolo 8 della legge elettorale (comizi vietati nel giorno precedente al voto) e violazione dell’articolo 294 del codice penale (“Chiunque con violenza, minaccia o inganno impedisce in tutto o in parte l’esercizio di un diritto politico, ovvero determina taluno a esercitarlo in senso difforme dalla sua volontà, è punito con la reclusione da uno a cinque anni”). In effetti, scrivere qualsiasi tipo di frase su una scheda elettorale equivale da sempre al suo annullamento. Il 28 gennaio 1989 Celentano venne comunque assolto perché il fatto non sussisteva.
Il racconto di Celentano
Proprio l’interprete de “Il ragazzo della Via Gluck” ha raccontato come nacque quel monologo anticaccia: Mia moglie mi disse disperata «Tu non puoi andare avanti così, ti stai facendo nemici tutti quanti, possibile che non hai altri argomenti di cui parlare?». «E di quali argomenti dovrei parlare» le chiesi. «La caccia» mi disse lei candidamente. «Perché non parli della caccia? È un argomento serio, ecologico, ma non così pericoloso come tutti gli altri che hai trattato fino adesso». Ero consapevole del terremoto che avrebbe scatenato la caccia; non soltanto fra i cacciatori e i costruttori d’armi, dove fra una cosa e l’altra gira un fatturato di 960 miliardi l’anno, o fra i politici e i pellicciai, ma proprio in seno alla televisione sarebbero successi i guai maggiori, perché in quel sabato storico gli italiani avrebbero decretato la morte del vecchio modo di fare televisione.


































