ANUUMigratoristi: “Caccia e pandemia, i cacciatori italiani ringraziano”

La stagione venatoria ordinaria 2020-2021, quella del famoso “arco temporale massimo” coniato dalla legge 157, volge al termine.

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ANUUMigratoristiLa stagione venatoria ordinaria 2020-2021, quella del famoso “arco temporale massimo” coniato dalla legge 157, volge al termine. Anzi, per qualcuno è già terminata, come per i cacciatori di Lombardia e Sicilia, grazie – si fa per dire – alle fasce rosse nelle quali tali regioni sono state collocate dagli ultimi provvedimenti governativi dei giorni scorsi, vigenti da domenica 17 gennaio fino al 31 gennaio prossimo. Tuttavia, anche dove si continua a cacciare, non lo si fa a cuor leggero: ben dodici regioni sono colorate di arancione, pertanto l’esercizio dell’attività venatoria vi è limitato al comune di residenza anagrafica, salvo che ordinanze emesse dai rispettivi governatori, dispongano qualcosa di diverso, come ad esempio la possibilità di spostarsi nei comuni compresi negli ATC di residenza venatoria o di iscrizione.

Nelle cinque regioni rimanenti, di giallo vestite, i cacciatori esercitano in (quasi) normalità. L’altalena, ovvero il continuo pellegrinaggio regionale da una fascia all’altra, in realtà perdura dall’inizio del mese di novembre, dipendendo dalla periodica riclassificazione delle regioni in relazione all’andamento epidemiologico. Orbene, fughiamo qualsiasi equivoco. Sull’esigenza di tutelare la salute pubblica non ci piove, né si chiede di rinunciarvi premettendo l’importanza della caccia a quella della salute. Tuttavia, poiché unanimemente si è sempre sostenuto che le condizioni necessarie per tenere sotto controllo il Covid-19 sono il distanziamento sociale e l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale, ci siamo sempre domandati e abbiamo sempre scritto e detto, da mesi, quali altre attività più della caccia, della pesca, della raccolta di funghi e tartufi e simili, garantiscano il rispetto di simili condizioni?

Il distanziamento dagli altri, dai centri abitati, dalle aggregazioni di persone (i maledetti assembramenti), è nella natura della caccia nonché dei cacciatori. Ci pareva talmente banale da non doverlo nemmeno evidenziare, ma per il Governo non è stato così. Infatti, sin dalla pubblicazione delle FAQ sul sito della Presidenza del Consiglio, ormai risalenti a mesi or sono e mai modificate, l’interpretazione sulla praticabilità della caccia è stata negativa in fascia rossa, semi-negativa in fascia arancione (limitazione al solo comune di residenza) e più liberale in fascia gialla, senza vincoli agli spostamenti. Orientamento confermato anche dalle Prefetture cui alcune Regioni si erano rivolte per ottenere lumi. Fatti salvi, naturalmente, i sempre presenti vincoli agli spostamenti fra territori di regioni diverse, che nemmeno ci attardiamo a rievocare.

L’orientamento è quindi stato granitico e irremovibile. Qualcuno tra i soliti noti, obietterà dell’esistenza di forme di caccia collettive, come quella al cinghiale, che prevedono compresenza di molti cacciatori: per ovviare a questo, però, vi sono state Regioni e associazioni che hanno emanato linee-guida comportamentali destinate ai componenti le squadre, proprio per ridurre al minimo le occasioni di contatto o comunque di vicinanza eccessiva tra persone, imponendo l’utilizzo di DPI. Da più parti, poi, si è spesso evidenziato l’accostamento stridente fra la non praticabilità dell’attività venatoria, seppur vissuta tra campi, boschi e monti, e la possibilità di ingresso nei centri commerciali, che sono il regno di moltitudini e folle. L’economia, si afferma: certo, rispondiamo, ma la caccia con l’economia non c’entra niente? Ne siamo sicuri?

Attrezzature, abbigliamento e calzature, armi e munizioni, automezzi, cani, richiami vivi, ammennicoli vari e tanto altro ancora, non sarebbero un contributo all’economia? E dove mettiamo le tasse pagate prima dell’avvio di stagione, finalizzate a poter uscire di casa col fucile nel fodero, inesistenti per tante altre attività outdoor, svolte liberamente senza permessi, licenze e versamenti vari, nonostante siano assai meno innocue per fauna e ambienti di quanto sembrino? Tutti abbiamo visto parchi e giardini cittadini percorsi da centinaia o migliaia di persone al giorno, legittimamente invasi perché una bella camminata all’aperto fa bene alla salute fisica e mentale: ma il distanziamento? Possibile che un cacciatore per campi col suo cane o seduto dentro a un capanno in collina o in valle, fossero più forieri di contagio di quelle migliaia di runners, podisti, ciclisti o famigliole a spasso o di corsa per i vialetti dei parchi urbani?

Nessuno che sia libero da pregiudizi, potrebbe sostenerlo. Evidentemente, non abbiamo una classe politica e amministrativa libera da pregiudizi. Non lo scopriamo oggi, ma la terribile calamità del Covid-19 ce ne ha data ennesima prova. Al danno economico, a quello affettivo delle troppe morti, a quello morale della restrizione della libertà individuale, i cacciatori italiani devono sommare anche il danno di categoria ulteriormente punita. I cacciatori italiani però hanno resistito, resisteranno e reagiranno al momento opportuno, nei modi dovuti da cittadini onesti e corretti quali sono. Intanto ringraziano chi gli ha voluto bene, garantendo che non tarderanno a sdebitarsi. In bocca al lupo a tutti! (ANUUMigratoristi).

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