In Europa la questione della tossicità del piombo rientra nell’Accordo sulla conservazione degli uccelli acquatici migratori dell’Africa-Eurasia (AEWA), stipulato a L’Aja nel 1996 e recepito nel nostro ordinamento. Nel luglio 2019 la Commissione europea ha chiesto all’ECHA (Agenzia europea per le sostanze chimiche) di esaminare l’uso del piombo nelle munizioni e nelle attrezzature di pesca e, se del caso, di proporre restrizioni. La richiesta è complementare alla limitazione totale dell’uso di pallini di piombo nelle zone umide, in vigore dal 15 febbraio 2023.
L’Europa ha già eliminato altre sostanze pericolose: mercurio, cadmio, arsenico, il cromo, tallio. Il piombo è già stato eliminato in benzina, vernici, ceramiche, dispositivi elettrici e questo ha comportato, negli anni, la riduzione della sua presenza nell’ambiente. Il piombo delle cartucce, però, costituisce appena il 2% del consumo di piombo mondiale.
Il dibattito e i recenti voti in sede di Parlamento europeo hanno confermato l’orientamento verso il progressivo bando totale in tutti i terreni di caccia, introducendo periodi di transizione fino a 7 anni per le munizioni spezzate (quindi 2033) per consentire all’industria di adeguarsi ed evitare un impatto distruttivo immediato. Per i campi di tiro sono previste deroghe graduali nel momento in cui sia assicurato il recupero del piombo. Sono escluse dalle limitazioni sia le palle slug, sia i proiettili per le carabine a canna rigata e le pistole. Si attende la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’UE del provvedimento legislativo.

Le associazioni europee FACE e AFEMS
Gli aggettivi “graduale” e “progressivo” utilizzati dalla gran parte dei decisori politici fin da subito per definire la proibizione, deve farci riflettere. Dal pericolo per la salute animale, ci si è presto allargati a dismisura. Benché qualcuno pensasse di far ricredere la UE, si è potuto fare ben poco se non ritardare il bando totale.
La FACE (Federazione europea per la caccia e la conservazione), che rappresenta le associazioni venatorie a livello europeo, ha trattato a Bruxelles per ottenere garanzie e periodi di adeguamento il più lunghi possibile. Ha giudicato l’intesa sul periodo di transizione di 7 anni come un compromesso pragmatico, necessario per evitare un blocco immediato, ma sufficiente a permettere la conversione industriale e l’esaurimento delle scorte. Allo stesso tempo FACE continua a chiedere definizioni chiare delle zone umide per evitare sanzioni arbitrarie a carico dei cacciatori ed evidenziando i limiti di efficacia e sicurezza di alcuni materiali alternativi. Nonché, ai governi nazionali, di rispettare la transizione dei 7 anni, senza azioni volte a minacciare l’attività venatoria al momento del recepimento della direttiva. “Dobbiamo ora sfruttare efficacemente questi sette anni per garantire ai cacciatori munizioni senza piombo di buona qualità, informazioni chiare e supporto pratico”, ha dichiarato il presidente della FACE, Laurens Hoedemaker.
AFEMS (Association of european manufacturers of Sporting ammunition) e anche l’italiana ANPAM (Associazione nazionale produttori armi e munizioni sportive e civili) valutano criticamente l’approccio puramente ideologico al divieto, sottolineando come l’industria delle munizioni rappresenti un’eccellenza economica e occupazionale, specialmente in Italia. Hanno lavorato in costante interlocuzione con le istituzioni UE per ottenere tempi di adeguamento tecnici sostenibili e deroghe gestibili per i poligoni di tiro, dove il piombo può essere recuperato con appositi sistemi. Puntano naturalmente a rassicurare la rete distributiva evitando allarmismi e gestendo il passaggio alle leghe prive di piombo.

Pietro Fiocchi e il “fuoco amico”
Pietro Fiocchi, eurodeputato (Gruppo ECR/Fratelli d’Italia) ed esponente della nota famiglia attiva nel settore della produzione di munizioni, si è opposto con fermezza a un divieto totale e generalizzato, presentando un’obiezione formale presso la commissione Ambiente del Parlamento europeo “per bloccare e far rivedere la proposta di divieto totale del piombo nelle munizioni” e ottenere “una valutazione accurata e realistica degli effetti di questo divieto, soprattutto nel delicato momento storico ed economico che stiamo vivendo, e che vengano adeguati tempi e modalità di applicazione per evitare impatti sproporzionati sui settori coinvolti”. Ha sostenuto che il passaggio forzato ad alternative atossiche entri in contrasto con le esigenze pratiche dei cacciatori anche per l’incompatibilità delle canne dei fucili datati con i pallini d’acciaio, le rese balistiche differenti e il prevedibile aumento dei costi dei munizionamenti.
La sua obiezione non è stata accolta perché non sostenuta dal settore. A fronte del via libera dell’UE alla dilazione dei 7 anni, Fiocchi ha espresso forte rammarico, parlando di un compromesso accettato passivamente da alcune componenti del mondo venatorio e definendo il risultato come una sconfitta dettata anche dal “fuoco amico”.
Le reazioni delle associazioni venatorie italiane non sono tardate, tuttavia il fronte associativo dei cacciatori si è mostrato ancora una volta frammentato, dando vita a visioni e strategie divergenti. L’Associazione nazionale libera caccia (ANLC), guidata da Paolo Sparvoli, si è detta fermamente contraria al divieto generalizzato del piombo, ritenendolo un provvedimento di natura ideologica privo delle giuste basi scientifiche e tecniche. L’Arcicaccia ha evidenziato le criticità della transizione, pur sottolineando l’inevitabilità del percorso europeo ed entrando talvolta in polemica sui ruoli diplomatici avuti a Bruxelles dalle rappresentanze internazionali.

Compromesso vs Resistenza totale
La spaccatura principale risiede nella strategia: da un lato chi (come FACE) ha cercato di contrattare tempi di dilazione ampi (7 anni) per attutire l’impatto; dall’altro chi (come Fiocchi, ma anche alcune associazioni) voleva respingere il principio stesso del divieto generalizzato. Una transizione di 7 anni è ritenuta da molti il tempo minimo indispensabile, mentre da altri viene considerata un’agonia per la caccia tradizionale. Sul versante opposto, le associazioni ambientaliste (come la LIPU) contestano la durata stessa della dilazione di 7 anni, giudicandola troppo lunga a fronte delle “tonnellate di piombo” che continuano a essere disperse nell’ambiente ogni anno. Certo è che il settore avrebbe potuto, se non dovuto, fare davvero fronte comune e, magari, sviluppare una strategia più articolata, se non tenere una linea più dura, basandosi proprio sugli aspetti scientifici, tecnici, industriali e sportivi. Divulgandola opportunamente. È anche vero che l’universo anticaccia e animalista si è rivelato ancora una volta più forte nel gioco politico. Ma è soprattutto vero che mentre l’Europa spende miliardi per sovvenzionare il conflitto ucraino e spargere piombo e altri metalli pericolosi sul suo territorio, allo stesso tempo riesce con ipocrita naturalezza a bandire il piombo dei cacciatori.
Le associazioni venatorie italiane Federcaccia, Enalcaccia e Italcaccia si sono opposte fermamente al divieto generalizzato. Evidenziano che l’assenza di valide alternative a basso costo per i calibri minori o per le armi classiche potrebbe spingere molti appassionati ad abbandonare l’attività. Criticano le definizioni ambigue, per esempio sulle zone umide, che generano incertezza legale. “Federcaccia ha sempre espresso in ogni sede la propria contrarietà a un divieto generalizzato del piombo nelle munizioni da caccia, tema di cui si discute fin dagli anni Settanta, né ha mai sottovalutato le difficoltà che comporterà”, ha dichiarato il presidente Massimo Buconi. “Occorre però valutare il contesto europeo e le alternative realmente disponibili. Sette anni di transizione non sono il risultato che avremmo voluto, ma rappresentano un risultato importante. Rimettere tutto in discussione avrebbe portato quasi certamente a una proposta ancora più penalizzante”. In merito alla posizione formale di compromesso assunta dalla FACE in Europa, il presidente Marco Castellani precisa con forza che tale linea non è mai stata concordata, né condivisa con l’ANUUMigratoristi: “limitarsi a rinviare nel tempo un grave problema non significa risolverlo, ma soltanto evitare di affrontarlo alla radice”.
“La Commissione europea vuole accreditare la tesi sulla pericolosità dell’utilizzo del piombo solamente per penalizzare l’attività venatoria e indurre molti cacciatori a smettere di andare a caccia”, ha dichiarato Sergio Berlato, presidente di ACR-Associazione per la cultura rurale, al Parlamento europeo di Strasburgo. In occasione del suo discorso in commissione Ambiente, Berlato ha aggiunto: “Tra il 2025 e il 2026 la nostra Associazione ha promosso un’indagine conoscitiva tra i propri iscritti, tra i loro famigliari, tra i loro conoscenti. Abbiamo chiesto se qualcuno di loro avesse mai avuto sintomi di avvelenamento o di intossicazione da piombo. Nessuno tra i loro parenti o conoscenti ha mai denunciato o manifestato sintomi di intossicazione o avvelenamento da piombo. Eppure, molte di queste persone mangiano selvaggina da alcuni decenni. Zero casi in più di un milione di persone”.

Sud contro Nord in Europa
Ma com’è stata giudicata la decisione della UE negli altri Paesi d’Europa? In Francia, dove la caccia popolare e il tiro di campagna hanno una forte presenza, vige un senso di rassegnazione pragmatica, ma permangono fortissime perplessità sulla sicurezza e sull’efficacia balistica dei pallini in acciaio o bismuto. Molti cacciatori francesi sollevano problemi sul rischio di rimbalzo del ferro/acciaio in contesti boschivi o rocciosi e sui costi più elevati delle munizioni non-toxic. I 7 anni sono visti come il tempo “minimo indispensabile” per rinnovare il parco armi senza prosciugare le finanze dei cacciatori anziani.
In Germania e Austria, la reazione è stata in gran parte tranquilla e propositiva. In molte Länder e foreste demaniali tedesche, l’uso di munizioni senza piombo era già obbligatorio o ampiamente diffuso da anni. Cacciatori e tiratori tedeschi avevano già avviato la transizione tecnologica: per loro la proroga di 7 anni è un margine di sicurezza sovrabbondante per uniformare tutto il territorio nazionale.
Paesi Bassi e Svezia hanno introdotto già da trent’anni anni la restrizione sull’uso di munizioni a pallini in piombo nelle zone umide. C’è da dire che in climi rigidi e durante battute di caccia a lungo raggio, le alternative al piombo (come l’acciaio) presentano rese balistiche inferiori rispetto al piombo tradizionale a causa della minore densità del materiale
In Spagna, la Federazione reale della caccia (RFEC) si è opposta al divieto delle munizioni al piombo nella caccia per evitare di compromettere il futuro della caccia. “L’obiettivo deve essere quello di conciliare la tutela ambientale con la realtà di un’attività che contribuisce alla conservazione degli ecosistemi, al controllo delle popolazioni di determinate specie e alla prevenzione di problemi come i danni all’agricoltura o la diffusione di malattie come la peste suina africana”, ha affermato Josep Escandell, presidente della RFEC.
Il tema si sta rivelando tra i più divisivi tra le latitudini europee. La contrapposizione tra i Paesi del Nord Europa (sostenitori di linee guida ecologiste rigide e immediate) e i Paesi del Sud Europa e mediterranei (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Francia) nasce da profonde differenze ambientali, di tradizione venatoria, di contesto economico e di impianto normativo. I Paesi del Sud Europa, dove tra l’altro risiedono molti fabbricanti di armi e munizioni, hanno opposto forte resistenza, chiedendo periodi di transizione prolungati, deroghe e una definizione meno stringente delle norme. In questi Paesi la caccia si concentra storicamente sulla piccola fauna migratoria e stanziale (tordi, beccacce, quaglie, lepri) a distanze medio-brevi con armi a canna liscia. L’impiego dei pallini in piombo è sempre stato lo standard tecnico di riferimento per resa balistica e densità della rosata. Molti Paesi del Nord sono invece ricchi di zone umide, laghi e acquitrini. L’avvelenamento indiretto degli uccelli acquatici da saturnismo (ingestione involontaria dei pallini di piombo scambiati per sassolini per la digestione) è stato identificato precocemente come una priorità ambientale. Nel Nord prevale la caccia alla fauna di grossa taglia, per la quale l’adozione di proiettili atossici per canna rigata (in rame o ottone) è stata tecnicamente più semplice ed efficace da implementare. La pressione politica e sociale per l’eliminazione dei metalli tossici per la salvaguardia dell’ecosistema e delle carni ad uso alimentare ha trovato scarso ostacolo nei governi e nella popolazione.

































