Armi: “Italia a mano armata”, ridere o piangere?

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Bandito - Armi - Criminale - PistolaArmi: “Italia a mano armata”, ridere o piangere? Questa è la reazione che ci può provocare l’articolo del tutto “allarmistico” di Repubblica sulla situazione delle armi in Italia.

La Redazione di Repubblica ha pubblicato ieri, 31 maggio 2013, un articolo sulla situazione della armi in Italia intitolato “Italia a mano armata”; già il titolo da film poliziesco anni ’70 ne fa presagire il contenuto allarmistico riguardante probabilmente l’unico settore, quello della produzione delle armi, ancora in attivo dal punto di vista economico ed occupazionale e che viene riconosciuto quale d’eccellenza in tutto il mondo. Già dall’inizio dell’articolo si può facilmente intuire una totale estraneità, da parte dell’autore, al mondo delle armi e di tutto il settore che però pretende di criticare a spada tratta; tanta è la foga di dare una visione allarmante e disdicevole del settore armiero italiano che senza tema di errore comincia con il confondere le armi da fuoco con le armi ad aria compressa, “Soft Air” (giocattoli), di libera vendita.

Nell’articolo infatti si legge di un improbabile operaio specializzato di una nota fabbrica d’armi che assembla meccanicamente le parti principali di una Pistola Beretta 92 “sparandoli a raffica l’uno nel corpo dell’altro”, quasi si trattasse di un robot in una fabbrica di pomodori, fino al risultato finale di un’arma “calda e fumante”. Subito dopo però si apprende che la famosa pistola semiautomatica Beretta 92, “gioiellino di casa Beretta”, è dotata di un temibilissimo “caricatore a tamburo da 8 colpi” ed azionata dalla potenza di una “bomboletta di CO2 (aria compressa!) da 12 grammi” (ndr si tratta della replica ad aria compressa della Beretta 92, di libera vendita, prodotta dalla Umarex su licenza della Beretta!) . Quindi eserciti e Forze dell’Ordine di tutto il mondo, che hanno riconosciuto la superiorità di questa pistola italiana, da anni combattono guerre e contrastano la criminalità a suon di “letali” pallini in plastica o piombini per buona pace di tutti i pacifisti!!! Quello che scatena ancora più ilarità è il sensazionalismo dell’articolo con le domande: “Chi la impugnerà? E quando il grilletto arretrerà, che succederà?”, con i presupposti elencati finora credo che le risposte possano essere: “La impugneranno ragazzi e adulti impegnati nelle discipline di Soft Air per puro divertimento” e “Quando il grilletto arretrerà il bersaglio di carta colpito avrà un buchino e al massimo, in caso di scontro in battaglia Soft Air, coloro che verranno colpiti saranno sconfitti riportando qualche arrossamento sulla pelle se non ben protetti”.

Beretta 92 FS a CO2 - SOft Air

Cattiva prefazione per chi si prefigge di gettare discredito sul settore armiero italiano quando di armi si conosce ben poco. Cosi nell’articolo si parla di armi clandestine passando dalla mera statistica comprendente quelle italiane e quelle straniere provenienti dall’Est Europa, agli episodi più recenti di tragedie familiari e non, compiute con l’uso delle armi, legali e non, italiane e non; non poteva certo mancare il sensazionalistico richiamo a Luigi Preiti, l’attentatore di Palazzo Chigi che con una pistola clandestina sparò al Brigadiere dei Carabinieri, Giuseppe Giangrande. Come non poteva mancare però nell’articolo in questione un’altra occasione per dire una ovvietà come “Assistere alla nascita di una pistola non è come vedere sbocciare una vita, un’auto, una mozzarella”, ricordando però che i produttori non sono responsabili dell’uso che se ne fa e che l’eventuale uso illecito non può essere da questi evitato, “L”unica speranza che puoi riporre in questa genesi è pura retorica. – si legge ancora – Che l’attrezzo resti disoccupato. Il più a lungo possibile” e non finisca nelle mani sbagliate o di quelle di un “Rambo della domenica”.

Segue poi un critica al “più accessibile”, in questo caso sinonimo di “facile”, rilascio delle licenze di Porto d’Armi ricordando che negli ultimi anni si è assistito ad una diminuzione di quelle per Difesa Personale sostituite invece dalle licenze di Porto d’Armi per uso sportivo ed attribuendo questo dato ad un elusione da parte degli italiani, dei controlli effettuati dalle Autorità al fine di avere comunque un arma. Vogliamo ricordare negli ultimi anni, proprio alla luce dei gravi fatti che talvolta sono stati compiuti dai detentori di armi, che le Autorità hanno deciso di “stringere la cinghia” sul rilascio delle licenze, rendendo più restrittivi i requisiti richiesti per il rilascio delle licenze ed aumentando i controlli per i possessori; tra i requisiti richiesti la maggiore età, fedina penale pulita, una certificazione da parte di istruttori qualificati di un poligono di tiro sul buon uso e maneggio delle armi nonché delle norme di sicurezza ed infine, non meno importante, una certificazione di idoneità psicofisica rilasciata da una struttura Asl, per non parlare dai controlli effettuati annualmente dalle Autorità sui detentori di armi.

Ricordiamo inoltre che spesso il Porto d’Armi per uso Sportivo non viene scelto dagli appassionati perché più facile da conseguire o perché richiede meno controlli e requisiti  da parte delle Autorità ma semplicemente perché più economico dal punto di vista delle tasse da pagare rispetto ad un Porto d’Armi per uso Venatorio per esempio, le cui tasse negli ultimi anni sono aumentate a dismisura o ancora peggio di un Porto d’Armi per difesa personale che le Autorità rilasciano solo in caso di dimostrata necessità (vedi Guardie Particolari Giurate, gioiellieri, rappresentati di gioielli ecc.); la volontà dei legislatori è quella di evitare che troppa gente possa “portare” in giro liberamente un arma, riducendo questa possibilità alla sola giornata passata al Poligono o a quelle persone che effettivamente portano armi per difesa personale a causa del lavoro che svolgono; è bene ricordare che coloro che si recano al poligono possono sì portare la propria arma dalla abitazione al Poligono ma sono obbligati a tenerla scarica e nell’apposita custodia non certo in fondina come in una scena da Far West.

Armaiolo - Fabbrica d'Armi Pietro Beretta

Non vogliamo commentare la definizione del giornalista di Gardone Val Trompia, come la “Stalingrado delle Alpi” per le numerose fabbriche di armi e sede delle migliori case armiere italiane riconosciute a livello mondiale, ma questo cosa importa, cosa importa poi se l’indotto della sola Val Trompia raggiunge i sette miliardi di euro dando lavoro a migliaia di famiglie e riuscendo così a tenersi fuori dalla crisi che invece attanaglia ogni altro settore. Quello che importa a quanto pare è che queste fabbriche producono armi, armi mortali che a dire del giornalista non si sa dove finiscano e se effettivamente restino “a casa in un cassetto”, come un soprammobile.

Tornando alla questione delle licenze si legge nell’articolo che effettivamente la legislazione italiana è tra le più avanzate, lo conferma il Presidente di ANPAM, Nicola Perrotti, ma ecco che ritorna l’allarmismo sensazionalistico ed improvvisamente la maggior parte dei possessori delle oltre 200mila licenze di Porto d’Armi per uso sportivo sono impiegati licenziati, amanti frustrati, fidanzati e mariti traditi che improvvisamente prendono la loro arma, escono di casa e si trasformano in mostri; e via si prosegue nuovamente con esempi di omicidi, stragi e altri atti tragici commessi con l’uso delle armi da persone che le detenevano legalmente poiché possessori di licenza di Porto d’Armi per Uso Sportivo, tanco che, come dice l’autore dell’articolo, “Si potrebbero riempire libri interi”. Infine, non poteva mancare, il “dovuto” e critico richiamo al modello americano che tanto fa scalpore ogni giorno con i suoi tanti casi di violenza perpetrata con l’uso delle armi da parte di semplici cittadini.

Il quadro fornito dall’articolo di Repubblica è allucinante quanto esagerato ed a tratti confusionario come di chi, tirando l’acqua al suo mulino, parla di qualcosa che non condivide criticandola sulla base di esempi eclatanti utili alla sua causa ma denotando allo stesso tempo una evidente ignoranza in materia. Quello che ci chiediamo quindi è come si possa mai parlare male, gettandola nel più assoluto discredito, di qualcosa che non si conosce o peggio che si conosce solo per sentito dire? Sinceramente non sappiamo se ridere o piangere.

1 giugno 2013

 

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