Convivenza messa in dubbio
Le sentenze relative al porto d’armi in Italia potrebbero fare invidia a qualsiasi sceneggiatore o romanziere in quanto a fantasia. Ne è una chiara testimonianza quanto stabilito dal TAR del Lazio nello scorso mese di maggio, quando ha esaminato il ricorso di un uomo che si era visto rifiutare il rilascio del porto di fucile a uso sportivo dalla Questura. La ragione? Questa persona convive con un parente gravato da precedenti di Polizia.
L’episodio contestato
In realtà, si è scoperto che il precedente in questione – porto abusivo d’armi, più precisamente un coltello comprato a San Marino e poi portato in Italia – risaliva a 30 anni fa. Oltre ad essersi estinto, il reato si è “sgonfiato” in quanto a gravità, senza dimenticare il dettaglio più importante. Il reato è stato commesso dal padre del ricorrente che però non era nemmeno nato quando i fatti sono avvenuti: il porto abusivo risale al 1990, mentre il ricorrente stesso è nato nel 2001.
Nessuna indagine
Secondo i giudici del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, la colpa è del genitore e non può essere estesa anche al figlio come invece ha fatto la Questura nel negare il porto di fucile. Il TAR ha sottolineato come, tra l’altro, sia mancata qualsiasi indagine sul ricorrente che risulta incensurato. La sentenza è quindi stata favorevole al 25enne, col Ministero dell’Interno condannato anche a pagare le spese di giudizio.


































