Belluno, tante difficoltà per la caccia al cinghiale in Valbelluna: in 500 uscite abbattuti 30 esemplari

Una situazione che sta diventando di anno in anno sempre più insostenibile e costosa per gli agricoltori.

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Belluno

BellunoGli agricoltori chiedono ancora una volta aiuto ai cacciatori per controllare la fauna selvatica, in particolar modo i cinghiali. Sì, perché sono proprio questi animali ad essere diventati un vero flagello per le colture, soprattutto nella zona della Valbelluna. Infatti, soltanto l’estate scorsa sono stati tanti i coltivatori che si sono visti distruggere i campi di mais dall’azione massiccia dei cinghiali. Una situazione che sta diventando di anno in anno sempre più insostenibile e costosa per gli agricoltori che, quindi, chiedono ai cacciatori di aiutarli in questa lotta impari con la fauna selvatica. L’altro ieri Coldiretti ha organizzato l’ennesimo incontro con i rappresentanti delle riserve di caccia della Valbelluna e i coltivatori proprio per discutere di questi temi.

«Siamo convinti che nel 2019 il numero dei cinghiali abbia superato quello degli ungulati diventando per l’agricoltura molto pericolosi e dannosi», precisa Michele Nenz della Coldiretti. «E alla luce di tutto questo chiediamo ai cacciatori di darci una mano per controllare il diffondersi di questa specie. A rischio ci sono le nostre attività agricole, i redditi delle nostre famiglie. Non si può andare avanti così». Il problema di fondo è che non è facile cacciare il cinghiale. Serve uscire la notte, fare delle postazioni sulle altane e poi ci sono i costi per le visite veterinarie.

Su 500 uscite fatte nel 2019 una riserva è riuscita ad abbattere soltanto 30 cinghiali. Un numero esiguo che non spiega il dispendio di energie e di tempo del cacciatore. E allora cosa fare? Dall’incontro sono emerse alcune proposte che potranno essere presentate alla Regione come l’opportunità di realizzare dei corridoi di discontinuità all’interno dei campi coltivati per permettere al cacciatore di scorgere il cinghiale, cosa ora impossibile. «Consideriamo che questo animale sta mettendo in serio pericolo anche altre specie animali. Grufolando mangia di tutto: i nidi di uccelli ma anche i piccoli caprioli. Insomma sono un vero flagello.

Quello che chiediamo come agricoltori è di controllarne il numero perché la convivenza tra noi e loro sia possibile e senza danni». Tra le altre proposte, inoltre, i cacciatori hanno avanzato quella di ridurre i costi della visita veterinaria. Ad oggi ogni capo abbattuto, prima di entrare nella disponibilità del cacciatore, deve essere obbligatoriamente visto dal veterinario, e questo implica una spesa di 30 euro. Un costo elevato per i cacciatori che chiedono una soluzione. «Si tratta di incontri necessari per sensibilizzare in primis i cacciatori che potrebbero diventare i nostri primi alleati in questa lotta per scongiurare l’invivibilità tra l’uomo e la fauna selvatica» (Corriere delle Alpi).

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