Caccia & Cacciatori: l’Arte della Caccia e dell’Antropologia venatoria di Vladimiro Palmieri

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Cacciatori bresciani

Caccia & Cacciatori: Vladimiro Palmieri è un cacciatore, ma soprattutto un “antropologo della caccia” vista da dietro le quinte, una realtà che in Umbria detiene il record italiano di doppiette: una ogni 30 abitanti.

In Umbria c’è un cacciatore ogni 30 abitanti, uno ogni 22 al netto di minorenni e over 70. Un record italiano pressoché inattaccabile (la Toscana è a 43, la Lombardia a 133), una matrice storica che arriva da lontano e tiene il passo della crisi, anche se i “tesserini” hanno subito un calo verticale scendendo a 29mila.

Ma siamo davvero un popolo di cacciatori incalliti, cinici carnivori senza cuore e senz’anima, innamorati solo dei propri cani e dei propri fucili?
Vladimiro Palmieri ha 65 anni, ha imbracciato fin da bambino la doppietta a retrocanna del nonno e ancora macina chilometri sui monti in cerca di fagiani e beccacce.

Ma sull’arte della caccia e sulla sua antropologia, sul legame stretto col nostro territorio ha scritto cinque libri, ed essendo stato oltre che sindaco del suo paese (Gualdo Cattaneo) e presidente della Asl di Foligno, per 36 anni dirigente del consiglio regionale, ha anche messo molto del suo sulla legge quadro in materia, curato la parte cinofila del “manuale del cacciatore”, organizzato per anni una gara tra imitatori del canto degli uccelli, oltre che scrivere sulle riviste specializzate Diana e Sentieri di Caccia. Uno che sa tutto di alzavola, marzaiola, germano reale, ghiandaia, quaglia, allodola, fagiano, pernice rossa, tordo bottaccio, tordo sassello, volpe e lepre, ma che conosce a menadito il retroterra culturale.

 

Palmieri, possiamo dire che scrivendo libri sulla caccia e i suoi protagonisti lei ha usato questa passione per parlare dell’Umbria, come un vecchio cantastorie?
«Sì, direi di sì. Affidandomi ai ricordi d’infanzia, alle tante storie che mi hanno raccontato centinaia di persone incontrate ovunque, sui crinali, nei boschi, nelle macchie, nei capanni e soprattutto effettuando un gran lavoro di ricerca sulle tradizioni popolari legate al mondo venatorio, ho potuto scrivere dei libri nei quali la caccia è la cornice, mentre il quadro è la nostra vita, soprattutto quella in campagna, all’aria aperta, un po’ selvatica e un po’ romantica, dove la fatica si misura dagli sguardi. Una società rurale che non c’è più ma che sapeva meglio di qualunque altra trovare l’equilibrio tra necessità dell’uomo e risorse ambientali. Del resto papà Guglielmo è stato minatore, era all’argano che tirava su i vagoncini col carbone a Bastardo, poi capocantiere al Mugello durante la costruzione dell’Autostrada del Sole nonché durante la realizzazione delle gallerie di Magione, Madonna Alta e Collevalenza. Io sono cresciuto nell’aia di casa, con la mia grande famiglia (i miei avevano 8 fratelli a testa), coi contadini ed i loro riti. Uno era la caccia, alla quale mi ha avviato nonno Lauterio. Quando a 16 anni ho potuto prendere la licenza ero già un cacciatore esperto».

Oggi come oggi se un bambino andasse a caccia col nonno chiamerebbero il Telefono azzurro…
«Lo credo bene. Ma allora, nel Dopoguerra, la caccia era un mezzo di sostentamento, una necessità alimentare, una forma di integrazione al reddito. Quando occorreva far mangiare carne ai bambini, specialmente se erano stati male, il nonno prendeva la doppietta da sopra il camino, io avevo un calibro 28 monocanna pieghevole e si partiva. Non potevano certo ammazzare le vacche o le pecore che servivano per lavorare i campi o per produrre latte e formaggio. Tanto è vero che i cacciatori si limitavano a colpire le prede necessarie. Oggi, purtroppo, la cultura è cambiata, c’è gente che ammazza anche 15 fagiani per poi riempire i surgelatori e lasciarli lì. E fa il paio con quelli che raccolgono ceste di funghi e poi non sanno cosa farsene. Abbiamo perso un po’ di senso della misura».
Esattamente.

Cosa significa nel 2014 andare a caccia?

«Per me e per la stragrande maggioranza delle persone che conosco vuol dire certo riportare qualche preda, ma soprattutto stare all’aria aperta, socializzare, fare amicizie, conoscere il territorio, organizzare cene a fine battuta per ritrovare il gusto di antichi sapori. Si dice che in questo pazzo mondo non ci conosciamo, non parliamo più. Ecco, i cacciatori che non sono esattamente un trascurabile microcosmo sanno ancora come vivere, raccontare e ascoltare».

Il dibattito sull’abolizione della caccia si è un po’ sopito…
«Un po’ dipende dal fatto che con la crisi c’è stato un calo netto delle licenze, perché andare a caccia costa, diciamo 2500-3000 euro l’anno tra tesserino, fucile, cani, vestiario e locomozione. Io ho una vecchia Fiat Panda 4×4 con la quale ho fatto più di 200mila chilometri e un bel po’ di fucili, ma non tutto dura in eterno. Inoltre i fondamentalismi un po’ isterici sono usciti di scena, basta sedersi e ragionare. A chi dice che noi spariamo agli animali, che non abbiamo umanità, basterebbe ricordare che il Creatore, chiunque esso sia, ha costruito una piramide al vertice della quale c’è l’uomo. La verità è che le risorse naturali vanno sfruttate con raziocinio, ci sono specie che se non abbattute ci invaderebbero (cinghiali) altre che vanno protette e più in generale bisogna mettere un freno al consumismo».

Nel suo excursus da studioso della caccia c’è stata pure una manifestazione per imitatori del canto degli uccelli…
«L’ho organizzata per anni a Bevagna facendo venire i più bravi imitatori dal nord Italia, veri e propri maestri, che sapevano riprodurre perfettamente i suoni, usando solamente lamelle e fischietti particolari».

E gli uccelli ci cascano?
«Se l’imitazione è fatta bene sì. La cosa divertente è che se imiti un maschio e dall’altra parte c’è la femmina, quella si precipita subito. Se invece c’è un altro maschio allora inizia una gara al sibilo migliore tra l’uomo e l’uccello per conquistare la femmina…».

La scorsa settimana è uscito il suo quinto libro. Perché il titolo: “Antologia della Beccacia, mito e contromito”?
«Perché la beccaccia è veramente un mito, unico uccello selvatico non riproducibile in cattività, formidabile nel nascondersi dentro al bosco. Esistono delle vere e proprie leggende, alimentate da secoli di racconti tramandati che ho ascoltato e riportato. Per esempio che si cura le ferite da sola. Posso dire di averne vista personalmente una che aveva un “impiastro” ben messo sotto l’ala colpita. E non l’avevano fatto di certo i cacciatori. Oppure si favoleggia di beccacce tirate fuori dalla bisaccia, credute morte stecchite, che riprendono a volare o di altre che quando sentono il pericolo trasportano i piccoli in un altro nido. Si dice anche che temano particolarmente il setter inglese, unico che riesce a trovarle sempre, anche in luoghi dove sono già passati altri cani ed altri cacciatori. Del resto i miti sono indimostrabili e per questo non svaniscono mai».

A proposito di cani: quali sono le migliori razze per andare a caccia?
«Non ne esiste una specifica, anche se cocker, springer spaniel e setter inglese sono considerati i migliori, quest’ultimo adatto a qualsiasi tipo di caccia. Gli altri due sono un po’ il fioretto e la spada. Se c’è una preda in mezzo ai rovi il cocker trova un buco stretto per entrare, lo springer sfonda la siepe e va. È irruento. Poi molto dipende dall’addestramento e soprattutto da cosa si vuole da queste bestie. Loro sono come bambini: se chiedi cose adeguate, che sono in grado di fare, e gliele spieghi bene, ubbidiscono, altrimenti no».

I pescatori quantificano in etti e centimetri le loro prede. La sua soddisfazione più grande in più di mezzo secolo con la doppietta in spalla qual è stata?
«Una bella giornata dipende da tante cose: dal sacrificio fatto per raggiungere la preda al lavoro col cane, dalla difficoltà del tiro alla bellezza dell’esemplare. Per esempio un fagiano preso in questo periodo è più bello, coloratissimo, rispetto a settembre. Ma per me anche scoprire che c’è un legame tra i paesi di Colpalombo, Colombella e Piccione, legato alle migrazioni degli uccelli, o chiacchierare con qualche vecchio cacciatore in mezzo alle montagne ha un valore assoluto. Quello della nostra storia e dei ricordi che ho messo nei miei libri».

Il Giornale dell’Umbria

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