A caccia di camosci. Anche le padelle insegnano..

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Caccia ai camosci. Sembra un sogno ma non lo è. Ci sono io e c’è lui, quel bellissimo esemplare maschio di camoscio. Io in effetti sono un po’ ridicolo con indosso la mia mantella che mi camuffa a dovere, dandomi un aspetto insolito. Delle volte questa tecnica a funzionato. Questa volta le cose non sono andate esattamente come speravo. La storia di una tremenda padella? Non esattamente.

Ti sei mai trovato faccia a faccia con un camoscio? Ok siamo distanti circa 300 metri l’uno dall’altro, ma lui con indosso quella mantella non mi riconosce come essere umano e mi guarda incuriosito. Fa addirittura qualche passo verso di me. Si sta domandando certamente che diavolo di animale sia. Il cuore mi batte forte, mi potrei lasciar andare all’ansia ma non lo faccio: in preda all’ansia e all’emozione ho fatto delle cose davvero stupide. Mi ricordo che qualche anno prima l’idea geniale che mi è balenata in questo momento, aveva funzionato. Mi ero diretto verso il camoscio senza fissarlo, nascosto dietro la mantella e incappucciato. La caccia quel giorno era andata bene, con grande emozione e fatica contenuta. Mi auguro che le cose anche oggi vadano per il meglio: la giornata di caccia è quasi finita e sbagliare adesso significherebbe tornare a casa a mani vuote. Mi affido alla mia arma, faccio ancora qualche passo in avanti, miro a dovere e sono pronto a tirare. Pochi secondi prima che faccia pressione sul grilletto il becco si gira, attirato da qualcosa e si allontana. Il colpo che lo avrebbe fulminato in realtà si è conficcato su un tronco poco distante. Lui nemmeno mi guarda, due salti e parte verso un boschetto di ontani.

 

Penso subito che la giornata di caccia sia finita ma le mie gambe non si arrendono e non stanno a sentire il cervello. Partono all’inseguimento del camoscio che scompare e riappare mentre io corro su per il vallone cercando di non perderlo. Non ragiono nemmeno sul fatto che il fiato e le forze mi stanno per abbandonare. Corro il più velocemente possibile. Risale la vallata, taglia il boschetto e si ferma poco distante da una bella prateria di mirtilli. Mi fermo anche io piazzandomi dietro una grossa pietra. Mi ci poggio di peso, i miei gomiti aderiscono perfettamente prima ancora di imbracciare l’arma. La pietra è fredda e confortante. Sembra che stia giocando: si nasconde, appare e scompare. Quando finalmente è a vista lo osservo bene. Ci sono parecchie femmine in giro e non voglio sbagliare. Ragiono sul come comportarmi quando il becco prosegue la sua salita. Io non lo lascio andare nemmeno per un momento mentre pascola pacifico. Mi viene in mente pure di tentare il tiro, potrebbe andarmi bene. Mio nonno per fortuna mi ha fatto una buona scuola: tentare non è un verbo che un cacciatore dovrebbe mai usare. “Se premi il grilletto devi essere sicuro che sia il momento giusto. E’ una questione di coscienza” mi diceva, e non aveva tutti i torti. Tutte le volte che sono a caccia di camosci mi ritorna in mente. Credo che abbia lasciato la sua anima in queste vallate, dentro il vento, fra le nuvole e l’erba.

E’ solo grazie al suo ricordo che resisto alla tentazione ed evito la seconda padella della giornata. Decido di aspettare.  E il maschio mi premia: si ferma perché attratto da un altro maschio che arriva all’improvviso e calamita anche la mia attenzione. E’ uno spettacolo.  L’occasione è quella giusta: miro, sparo e lo vedo crollare a terra. Lo tengo sotto tiro ancora per meno di un minuto. Niente, non si rialza. Raggiungerlo è piuttosto faticoso, ma quel tratto di valle la percorri sempre con molta agilità: dalla tua hai la curiosità e l’entusiasmo di un bambino. Il recupero è come al solito un rito. Trascorro pochi minuti con la mia preda che per farmi felice ha perso la vita e come minimo merita tutto il mio rispetto, pulisco l’animale, gli lego il collo e muso con la corda perché rimanga dritto e lo carico nello zaino.

Mi gusto il rientro perso fra i mille canalini che potrei prendere per raggiungere la macchina: ci vogliono ancora un paio di ore di cammino ma sulle spalle porto un meraviglioso tesoro e nel cuore ricordi che non hanno prezzo.

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