Caccia e progresso
Il progresso tecnologico preme con forza sul settore venatorio, ma l’impressione è che, più che un’innovazione delle pratiche, si tratti di una sollecitazione costante ai portafogli degli appassionati. Se in molti ambiti l’innovazione migliora l’efficienza del lavoro, l’introduzione di visori notturni e ottiche termiche nella caccia ordinaria solleva dubbi profondi etici e gestionali. Non è solo una questione di legalità, visto che tra le modifiche della 157/92 potremmo trovarci lo sdoganamento per una visione termica e/o notturna nella caccia di selezione a 360 gradi: è una riflessione che tocca l’essenza stessa dell’attività venatoria, l’etica e l’equilibrio biologico. In Italia, il quadro normativo è netto. Nel momento in cui si scrive la Legge 157/92 non lascia spazio a interpretazioni creative: l’uso di strumenti per la visione notturna e termica montati sulle armi è vietato. L’unica eccezione riguarda il prelievo selettivo del cinghiale nelle forme previste dalla legge, dove è consentito l’impiego di dispositivi di puntamento digitale, per implementare il prelievo in contrasto alla PSA.
Circostanze di tempo e luogo
Sorge però una domanda spontanea: questi dispositivi possono essere usati durante l’attività venatoria se svincolati dall’arma? Essendo, di fatto, binocoli ad alta tecnologia, la loro vendita, il loro possesso e l’utilizzo non è attualmente vietato. Tuttavia, la vera discriminante nell’utilizzo risiede nelle circostanze di tempo e di luogo. Trovarsi in piena notte in una area vietata alla caccia con un fucile nel fodero e un visore termico in mano configura una condotta dove l’intento illegale è mal celato. È inoltre fondamentale distinguere tra attività venatoria e attività di controllo faunistico. La prima è una passione ben regolamentata; la seconda è un intervento tecnico necessario per gestire emergenze (esuberi di cinghiali, nutrie o altre specie invasive). Solo in quest’ultimo caso, sotto lo stretto coordinamento delle autorità, il visore diventa uno strumento di lavoro. Confondere i due ambiti significa ignorare il principio di legalità che sostiene la caccia stessa.
Fair chase
L’attività venatoria nella sua essenza si distingue dal mero abbattimento per il principio della fair chase, un equilibrio che si regge sulle naturali capacità di difesa del selvatico. Oggi però il buio, il bosco e i cespugli non sono più rifugi inviolabili. La tecnologia penetra invisibilmente l’oscurità e la vegetazione, annullando l’unica tregua concessa a molte specie. Neutralizzare questo vantaggio con un sensore termico trasforma il prelievo in una procedura meccanica, un game. Lo stesso accade quando la tecnologia svela ciò che dovrebbe restare nascosto nell’erba alta o nelle zone di rimessa dove gli animali cercano protezione. La capacità di leggere le tracce, l’attesa al crepuscolo e la conoscenza del territorio vengono così sostituite dalla fredda nitidezza di uno schermo digitale; più sarà ad alta definizione più metterà in mostra le capacità economiche del cacciatore ma di certo non la sua preparazione. Si perde così l’aspetto ancestrale e culturale della caccia, riducendo l’esperienza a un successo garantito dall’ausilio tecnico. Uno dei rischi più sottovalutati riguarda l’identificazione del capo: anche la tecnologia più avanzata presenta limiti nel distinguere con certezza le classi d’età, rendendo il prelievo selettivo una scommessa pericolosa. Inoltre, la pressione venatoria costante priva la fauna di ogni “zona franca”, condannando le popolazioni a uno stress cronico che ne altera i ritmi biologici. Non a caso la caccia è sempre stata vietata nelle ore notturne.
Limite invalicabile
L’oscurità e la fitta vegetazione devono rimanere un limite invalicabile per il cacciatore etico. Superare quel confine non significa evolversi, ma rinunciare ai valori che rendono la caccia una disciplina nobile. Troppi ancora oggi misurano la propria bravura sul numero di capi abbattuti, in una competizione egoistica cacciatori che ignora la qualità dell’azione. Per capire la fragilità del nostro domani, basta leggere questo racconto. C’era una volta una famiglia di lupi che rimase isolata su un’isola abitata da una popolazione di cervi. I lupi, seguendo il loro istinto, iniziarono a cacciare senza sosta. Non si fermavano con la sazietà: ubbidivano all’impulso naturale di procacciarsi il massimo cibo possibile. Ma l’isola era piccola e priva di rifugi adeguati. In breve tempo, i lupi uccisero l’ultimo cervo.
La vera rivoluzione
Esaurite le carcasse, tentarono invano di nutrirsi di erba, per poi volgersi l’uno contro l’altro. L’ultimo lupo morì di fame nel silenzio di un’isola deserta. Il lupo ha agito secondo natura, incapace di autocontrollo. Il cacciatore è come il lupo? Cosa possiamo fare per evitare che il mondo venatorio faccia la stessa fine? La risposta è nella consapevolezza. La fauna selvatica è una risorsa fragile e complessa. A differenza del lupo, guidato dal mero istinto, l’uomo ha il potere di correggere quella tendenza innata che lo spinge a cercare sempre il “massimo vantaggio con il minimo sforzo”. Per chi scrive, la vera rivoluzione non è prelevare di più, ma prelevare meglio. Limitare l’uso della tecnologia non deve essere solo un’imposizione legislativa, ma una presa di coscienza: la dignità e la qualità del cacciatore risiedono nel rispetto del limite, non nel suo superamento (Dott. Carlo COLOMBO Master in Amministrazione e Gestione della Fauna Selvatica Cà Foscari, Presidente Regionale ANLC LOMBARDIA).






























