Oltre due secoli e non sentirli
Oggi come non mai il mondo venatorio è sotto attacco e la discussione della riforma della Legge 157 del 1992 sta confermando quante critiche gratuite e ideologiche siano in atto. Non si può tornare indietro nel passato, ma con una ideale macchina del tempo i cacciatori potrebbero scegliere senza esitazione la data del 18 giugno 1821. Esattamente 205 anni fa, infatti, veniva rappresentata per la prima volta in assoluto l’opera “Der Freischütz” di Carl Maria von Weber, composizione che in Italia è conosciuta come “Il franco cacciatore”. Già il titolo fa intuire il perché di una scelta temporale simile e in effetti questo singspiel in 3 atti è una vera e propria celebrazione della caccia che oltre due secoli fa trovava un posto d’onore nei teatri d’opera. Tra l’altro, si tratta di un titolo ancora oggi molto popolare, dunque si possono rivivere quelle lontane atmosfere pur non essendo nel XIX secolo.

La trama dell’opera
A dire il vero la traduzione più corretta del titolo tedesco sarebbe “Il tiratore libero”, ma il riferimento alla caccia è sembrato più opportuno. Messa in musica sul libretto di Johann Friedrich Kind, Weber si ispirò a una leggenda presente in una raccolta di racconti tedeschi, il Gespensterbuch. In breve, l’azione si svolge in Boemia, verso il 1625, poco prima della fine della Guerra dei trent’anni. La storia vede come protagonista il guardiacaccia Max che deve vincere una gara di tiro al bersaglio per riuscire a sposare l’amata Agathe. Per riuscirci, si affida al cacciatore Kaspar, esperto di magia e che gli fornisce dei proiettili stregati. In realtà Kaspar ha un accordo con il diavolo per vendergli l’anima di Max. Alla fine quest’ultimo decide di uccidere proprio Kaspar dopo aver intuito quanto sarebbe accaduto e viene perdonato dal principe Ottokar.
Lo splendido coro dei cacciatori
È un’opera molto popolare a distanza di oltre due secoli per il sapiente mix di naturalismo ed elementi soprannaturali, senza tralasciare gli aspetti religiosi. I corni, così cari al mondo venatorio, sono onnipresenti (emblema delle montagne e di quanto più distante dalla corruzione cittadina), a partire dall’ouverture, uno dei pezzi più famosi dell’opera. Ancora più interessante è il coro dei cacciatori nel terzo atto. Il brano inizia con questi versi: “Che supera al mondo, di caccia il piacer? Più caro diletto la vita non ha. Al suon dei corni, sul prato giacere, il cervo incalzare, il daino atterrar“. È in pratica un pezzo festoso, che alterna coro e valzer, musica che impressionò fin dal primo ascolto alla Konzerthaus di Berlino e che il giorno successivo alla prèmiere suscitò un entusiasmo ancora maggiore (secondo i resoconti dell’epoca). Non a caso, Weber ha attinto appieno dalla musica popolare tedesca per ricavare delle note che rimangono subito in testa: la potenza delle voci è il tratto distintivo, al punto che viene imitato persino uno jodel, il celebre canto alpino di origine teutonica.

Una tematica rispettata
Vale la pena ricordare come tante opere liriche abbiano subito critiche per via di tematiche su cui oggi c’è maggiore sensibilità (il colore della pelle e il femminicidio tanto per citarne due). “Il franco cacciatore” si è invece salvato da questo “senno di poi” e non era affatto scontato che accadesse: 205 anni dopo ha mantenuto intatta la sua freschezza e genuinità che possono essere apprezzate nei teatri di tutto il mondo.



































