WWF contro ipotesi caccia al cervo nel Parco Nazionale d’Abruzzo

Per il direttore Sammarone l’attività venatoria sarebbe capace di alimentare riflessi economici e si potrebbero coinvolgere i giovani.

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WWFIn occasione di un recente incontro a Casali d’Aschi sulla convivenza Uomo-Orso, il Direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise (PNALM) ha svolto alcune considerazioni, riportate dalla stampa, sulla possibilità di aprire la caccia al Cervo al di fuori dell’area protetta. A detta del Direttore sarebbe possibile (anzi, necessario) ipotizzare un contenimento non solo al Cinghiale, ma anche al Cervo: per il direttore Sammarone l’attività venatoria sarebbe capace di alimentare riflessi economici e si potrebbero coinvolgere i giovani nella gestione di un eventuale flusso turistico legato alla caccia.

Questo il commento del WWF: “In base a quali considerazioni tecniche ed ecologiche si può oggi affermare la necessità di dover contenere e ridurre la popolazione di Cervo in Abruzzo? Lo stesso Piano Faunistico Venatorio della Regione Abruzzo, documento indispensabile per programmare le azioni sulla fauna approvato meno di un anno fa, prevede che ci siano ulteriori verifiche sullo stato della popolazione di Cervo, in quanto per la sua stessa redazione vengono utilizzati dati relativi a una sola annualità, il 2018, sicuramente non sufficienti per avere un quadro esaustivo della presenza e della diffusione della specie. Prima soltanto di ipotizzare un qualsiasi intervento, bisogna dotarsi di approfonditi strumenti di conoscenza, quali ad esempio, la distribuzione puntuale sul territorio regionale, la dinamica, il trend e lo status delle popolazioni, i rapporti sesso/età… di tutto questo si conosce pochissimo.

Senza poi tralasciare il fatto che il Cervo ha un ruolo fondamentale nella catena alimentare, rappresentando, ad esempio, un’importante fonte trofica per il Lupo. È poi noto che molta dell’eventuale pressione venatoria sui Cervidi andrebbe a ricadere nelle zone di presenza dell’Orso bruno marsicano al di fuori delle aree protette, aggiungendo ulteriore stress in territori dove la caccia ad altre specie è già permessa. Anche il riferimento agli aspetti economici e ai flussi turistici legati alla caccia non sembra poggiare su dati realistici. È noto che il numero di cacciatori sta (fortunatamente) diminuendo in tutta Italia essendo passati dagli oltre 2 milioni degli Anni ’70 a meno di 500.000 nel 2020, in gran parte anziani”.

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