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Home Notizie di caccia Associazioni Venatorie

Arci Caccia Piemonte: “Si vuole eradicare la peste suina o l’attività venatoria?”

L'associazione venatoria regionale vuole vederci chiaro sulla situazione relativa alla PSA

Simone Ricci di Simone Ricci
24 Marzo 2023
in Associazioni Venatorie
Tempo di lettura: 5 minuti di lettura
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0
Piemonte
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Il punto di vista di Arci Caccia

Arci Caccia Piemonte scrive a agli Assessori all’Agricoltura Cibo Caccia e Pesca Marco PROTOPAPA, all’Assessore alla Sanità. Dott. Luigi Genesio ICARDI e al Commissario Straordinario P.S.A. Dott. Vincenzo CAPUTO ponendo una semplice domanda: Si vuole eradicare la PSA o l’attività venatoria?

Emergenza attuale

Questo il testo: A distanza di più di un anno siamo costretti ancora a confrontarci con le problematiche legate all’emergenza PSA e ai riflessi negativi gravanti sul nostro territorio e derivanti dall’insistenza della stessa nonché dalle misure tese alla sua eradicazione. Proprio su queste ultime questa Associazione Venatoria intende soffermarsi nella consapevolezza di essere rappresentatrice di una categoria portatrice di interessi e nella convinzione che ciascuno degli attori nella vicenda – stakeholders e organi istituzionali – debba fare la propria parte. In considerazione del grande malumore, confusione e scoramento serpeggianti all’interno del mondo venatorio del basso Piemonte e alla luce delle notizie ancorché “ufficiose” che trapelano dagli ambienti regionali e provinciali che paventano una nuova “stretta” delle varie attività umane nelle zone di restrizione, si ritiene quanto mai opportuno esternare agli organi istituzionali competenti le nostre considerazioni anche in ragione dei contenuti della relazione del GOE – Gruppo Operativo degli Esperti – redatta nel mese di gennaio U.s.

Branchi di cinghiale

All’uopo si intende rimarcare come nella relazione del GOE, l’attività venatoria in genere e quindi anche quella diretta verso altre specie venga vista come una fonte di disturbo sulle dinamiche di movimento dei branchi di cinghiali e come un possibile fattore di diffusione del virus al punto da fare esprimere un parere sfavorevole sulla possibilità di praticarla riportando la seguente dicitura: “Oltre a ciò, il gruppo non esclude che il peggioramento della attuale situazione epidemiologica regionale sia da ascrivere proprio all’attività venatoria che si sta conducendo sul territorio regionale.” Nel premettere che tra il “non esclude” e gli eventuali “è probabile”, “è assolutamente certo” e “è scientificamente dimostrato” ci sono diversi passaggi intermedi, si ritiene opportuno introdurre i seguenti spunti di riflessione sui quali si richiede alle istituzioni in indirizzo di effettuare le necessarie valutazioni.

I numeri dei prelievi

– Caccia al cinghiale programmata: sul punto è evidente che tale questione necessiti di trattazione specifica anche in considerazione del fatto che i dati numerici dei prelievi, ove consentiti, forniscono report imbarazzanti che inducono a ritenere come un contenimento e riduzione numerica della specie non possa che avvenire ricorrendo a tale tipologia di caccia. Diverse sono le proposte giunte sui tavoli istituzionali, in alcuni casi molto dettagliate con previsione addirittura di regole di ingaggio certe e pertanto si ritiene ultronea qualunque ulteriore argomentazione in punto. Pare per contro affermabile senza grossi timori di smentita che l’aumento dei casi registrato nell’ultimo periodo sia imputabile più alle restrizioni imposte che all’attività venatoria, che in pratica non si è svolta, con conseguente incremento delle popolazioni e a seguire del numero dei soggetti infettabili.
– Caccia verso altre specie: L’atteggiamento sfavorevole verso l’attività venatoria diretta verso altre specie fin dall’inizio si è concentrato su due punti cardine:
– 1) disturbo determinato dal girovagare sul territorio e tale da indurre le movimentazioni dei branchi di cinghiali
– 2) possibile dispersione e ulteriore diffusione di tracce infette sul terreno o trasferimento delle stesse in aree indenni

Forme di caccia

In merito al punto uno e sulla scorta di un’esperienza pluridecennale, maturata nel percorrere migliaia di km nei boschi, che non si ritiene confutabile da alcun metodo scientifico, ci si permette di evidenziare come l’assunto sia privo di ogni fondamento e proprio in considerazione della conformazione dell’area di interesse. Le forme di caccia dirette ad altre specie diverse dal cinghiale non disturbano minimamente quest’ultimo inducendolo ad effettuare spostamenti di rilievo e chi afferma il contrario mente sapendo di mentire. Un singolo cinghiale o un branco, disturbato nel suo sonno diurno da un cane da ferma o da alcuni cani da seguita sull’usta di una lepre possono spostarsi di qualche centinaio di metri per fermarsi al primo forteto o roveto che, sui nostri territori abbandonati dalla silvicoltura, ormai costituiscono la vegetazione predominante. Per tacere poi del presunto disturbo indotto dallo sparo, spesso addirittura inutile a muovere i cinghiali dalle loro rimesse diurne. Per contro e come più volte ribadito i branchi di cinghiali effettuano grandi spostamenti di decine di chilometri per loro finalità biologiche ordinarie (ricerca di cibo e acqua, accoppiamento, fuga dai lupi che spesso li inducono con la loro costante presenza a cambiare zona). Va da sé che ancora una volta considerazioni di carattere generale non si rivelano calzanti alla specificità dell’area alla quale si pretende di applicarle e tale è l’evidenza di quanto dedotto a contrariis che si ritiene superflua qualunque ulteriore argomentazione.

Il ruolo dei cacciatori

In merito al punto due corre l’obbligo di svolgere alcune considerazioni di natura prettamente logica posto che appare di tutta evidenza come le conclusioni alle quali si perviene partendo dai medesimi assunti rischino di diventare totalmente divergenti a seconda del metodo di approccio che a volte si percepisce troppo permeato da contrarie ideologie. Tali considerazioni valgono tanto per l’attività venatoria diretta ad altre specie come per tutte le attività del mondo dell’Outdoor che nel 2022 erano state oggetto di divieti ai quali si è poi progressivamente, e ci si permette di aggiungere, con saggezza derogato. Proprio a tale saggezza dimostrata nell’anno passato si richiede alle istituzioni in indirizzo di attingere effettuando scrupolosa valutazione delle considerazioni di seguito enunciate.
Allorquando si sostiene che un cacciatore, che vaga sul territorio con il proprio cane, possa intercettare una traccia infetta e diffonderla sul territorio si omette la valutazione di un altro fattore molto più importante; i boschi e i campi attraversati dall’uomo e dal suo cane si popolano nottetempo di una moltitudine di animali (ricci, faine, volpi, tassi, lepri, minilepri e conigli, istrici, sciacalli dorati e lupi, caprioli, daini e cervi per tacere poi dei volatili), che intesse una fittissima rete di movimenti con capacità di intersecazione di tracce infette e diffusione delle stesse migliaia di volte superiore. Quale controllo abbiamo su tali dinamiche naturali? NESSUNO. Mentre per quanto riguarda l’uomo abbiamo introdotto le regole di biosicurezza. Per quanto attiene poi il paventato rischio che i cacciatori trasportino il virus in zone indenni si ritiene che vista l’estensione dell’area interessata tale eventualità sarebbe scongiurabile in maniera tanto semplice quanto facilmente attuabile ricorrendo all’introduzione di limitazioni analoghe a quelle a suo tempo previste per la raccolta dei tartufi.
Infine riprendendo un passaggio della relazione del Goe sulla necessità di vietare la caccia nella componente ludico/ricreativa tollerandola al più solo nelle forme attinenti il fine di eradicazione della Psa si obietta che se è vero come è vero che una delle più efficaci attività nell’ottica dell’eradicazione consiste nel monitoraggio, ricerca e rimozione delle carcasse allora la caccia vagante alla piccola selvaggina può esser tranquillamente ritenuta non solo utile ma addirittura indispensabile posto che solo i cacciatori conoscono e perlustrano gli anfratti più impervi del nostro territorio, piaccia o non piaccia.

Analisi costi/benefici

A questo punto si ritiene che ogni valutazione in punto non possa prescindere da un’attenta analisi costi/benefici. Introdurre nuovamente le restrizioni nei confronti dell’attività venatoria avrebbe un costo altissimo sia in termini economici che di perdita irrecuperabile di un patrimonio di esperienze umane e cinofile, a fronte di un beneficio, alla luce di quanto sopra, impalpabile e totalmente irrilevante. Basti pensare al prevedibile fallimento di attività economiche quali armerie e aziende faunistico venatorie sulle quali vivono tante famiglie nonché alla cessazione dall’attività venatoria di una rilevante parte dei praticanti che determinerà nel brevissimo periodo l’impossibilità di qualsiasi gestione faunistica. Per quale ragione esporsi a tali e tanti costi, certi e assolutamente prevedibili, a fronte di un beneficio marginale neppure lontanamente apprezzabile? Ma soprattutto chi risponderà di tutto questo? Noi riteniamo certamente che non sarà chiamato a farlo chi esprime asettici pareri sfavorevoli attenendosi pedissequamente a protocolli europei che fin dall’inizio sono stati contestati perché fin da subito apparsi come calibrati su realtà totalmente differenti dalla nostra.
Urge quindi uno sforzo ulteriore al quale la nostra Associazione e il mondo venatorio in generale saprà dare, ove chiamato a farlo, il proprio contributo ma con la condizione che si chiarisca una volta per tutte il dubbio che all’interno della “caccia” sta diventando galoppante: Si vuole eradicare la PSA o l’attività venatoria? (fonte: Arci Caccia).

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