Una ricostruzione che ha preso sempre più piede
Cosa resterà di questi anni ’80? Se lo chiedeva Raf nel lontano 1989, una domanda che, col senno di poi, potrebbe ricevere anche questa risposta: il decennio ci ha lasciato in eredità, tra le altre cose, una teoria assurda. È proprio di questo periodo, infatti, l’idea secondo cui la peste suina africana e l’AIDS avessero molto in comune, anzi moltissimo. Della PSA si parla oggi in maniera diffusa, ma il virus non è affatto una novità recente. Il primo caso documentato della storia risale addirittura al 1907, mentre in Italia sarebbe arrivato nel 1978. Cinque anni dopo questo “sbarco” non richiesto, la teoria a cui si è fatto cenno ha iniziato a prendere piede, nonostante non avesse il minimo fondamento scientifico.
Il ruolo della CIA
A fare da sfondo a questa bufala di successo è stata la guerra fredda. Nel 1983 l’intelligence americana, la CIA, venne accusata di aver diffuso un decennio prima il virus della peste suina africana a Cuba, con tanto di articolo riportato su un tabloid statunitense piuttosto accreditato. Una ricercatrice di Harvard, tale Jane Teas, rincarò la dose pubblicando sulla rivista medica “Lancet” l’ipotesi secondo cui l’AIDS non fosse altro che una variante del virus suino, fatto diffondere a macchia d’olio da Haiti. Perché collegare le due malattie? È opinione diffusa che il movimento omosessuale americano avesse bisogno di una narrazione diversa da quella che additava proprio il mondo gay come unico responsabile dell’AIDS, dunque non fu difficile far credere a tante persone che la patologia potesse essere nata a causa di un esperimento segreto finito male oppure di una sperimentazione genetica.
La lettera fasulla dell’esperto
In alcuni pezzi giornalistici si potevano leggere ricostruzioni folli come la seguente: “La peste suina africana è stata introdotta nei Caraibi dalla CIA. I malati di AIDS di oggi sono quindi vittime di un atto di orrenda guerra batteriologica“. Nel luglio del 1983, poi, la teoria diventò ancora più solida grazie a un nuovo articolo apparso su un quotidiano indiano, il “Patriot”. In questo articolo era presente la lettera di un fantomatico scienziato americano, convinto del fatto che il virus dell’HIV fosse nato in un laboratorio del Maryland e usato per infettare alcune donazioni di sangue.
Ammissione parziale di colpa
Quella lettera, oggi è ormai accertato, venne scritta da un funzionario del KGB, il controspionaggio sovietico, per mettere in cattiva luce gli Stati Uniti. I sovietici si sarebbero poi difesi spiegando come quelle ricostruzioni di stampa fossero dei semplici “peccati di gioventù”, inventati però prendendo spunto da quello che gli americani avrebbero davvero fatto nei loro laboratori. Fortunatamente la teoria si è progressivamente sgonfiata, ma non è detto che non abbia ancora seguaci: d’altronde viviamo i tempi dell’intelligenza artificiale e delle fake news, quindi una storia come quella che lega due virus completamente diversi potrebbe trovare facilmente molto seguito.































