Federcaccia Brescia: “Serve più rigore per il rispetto della natura”

L'associazione vuole rimarcare che la nuova green-mania, l’ambientalismo e animalismo superficiale non fanno certo il bene della Natura.

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Brescia

BresciaHa fatto parlare di sé in tutta la provincia un grande campo di grano costellato di migliaia di papaveri ai piedi della Rocca di Lonato. Proprio a fianco di una strada ad alta percorrenza tra Lonato e Padenghe questo terreno ha attirato l’attenzione di centinaia di persone, amanti della fotografia e non, che rallentando anche a volte pericolosamente il traffico, si sono fermate entrando nel terreno per fare qualche scatto fotografico. È vero, un campo di papaveri in primavera è uno spettacolo della Natura, oggi insolito, capace di suscitare emozioni e stupore. Il rosso di questo fiore selvatico è capace di modificare un orizzonte, di valorizzare un terreno fino al giorno prima privo di qualunque interesse.

Ma i papaveri crescono spesso, come in questo caso, in mezzo ai campi di grano, grano che non nasce spontaneo ma perché seminato dall’agricoltore proprietario del fondo. E l’agricoltore non semina per diletto ma per il reddito della propria azienda, semplificando, per lavoro! Oggi però la cultura imperante ha dimenticato questi semplici passaggi, immagina che le merci che abbondano negli scaffali dei supermercati siano prodotte artificialmente dalle macchine, che i tagli di carne nei banchi frigo provengano da non ben individuati artifizi industriali, cosi come verdure e frutta. La realtà è ben diversa, qualcuno ancora lo ricorda, ed è legata ad una filiera produttiva, quella dell’agricoltura, che in Italia non solo vale parecchi miliardi ma è anche un vanto nazionale per qualità e varietà.

L’agricoltore di Lonato probabilmente aveva optato quest’anno per una coltura biologica, evitando di usare prodotti chimici che eliminassero dal proprio terreno piante infestanti come il papavero puntando a produrre un grano migliore e più sano. Vedendo i propri terreni massacrati, il proprio grano calpestato dall’incuria di centinaia di persone forse farà in futuro scelte diverse. Ma episodi di questo genere sono purtroppo comuni e chi frequenta le nostre campagne li nota di continuo: il principio che i terreni siano proprietà privata non sfiora nessuno. Campi di erba medica attraversati da cani in libertà, colture appena germogliate attraversate da improvvisate piste ciclabili, frutteti saccheggiati da improbabili turisti, sono episodi all’ordine del giorno.

La voglia di Natura da parte dei cittadini non va repressa ma non va nemmeno danneggiato il lavoro, spesso duro e faticoso, degli agricoltori. I cacciatori conoscono bene queste semplici regole e se le infrangono sono verbalizzati dai responsabili della vigilanza venatoria, giustamente ci viene da dire. Esistono numerose prescrizioni all’azione dei cacciatori in campagna e ognuno di noi cerca di rispettarle. Perché invece nessuno ha fatto rispettare il principio della proprietà privata nel campo di papaveri a Lonato? Perché nessuno ha sanzionato i danni alle colture in atto? Perché ogni domenica dobbiamo assistere allo spettacolo, indecoroso, di migliaia di cani lasciati liberi di scorrazzare in campagna? Per un cacciatore la sanzione è di 50 euro, per un comune cittadino a quanto ammonta? Non ci interessa fare demagogia ma vorremmo da un lato che le regole valessero per tutti e che le attenzioni per la Natura che ci circonda fossero un patrimonio comune.

Un cane libero di correre indisturbato oltre ai danni alle colture agricole provoca anche disturbo alla selvaggina, e spesso non solo quello. Se la fauna è patrimonio indisponibile dello Stato, perché devono essere solamente i cacciatori a doverne rispettare i cicli biologici? Un cacciatore non può mollare un cane perché vietato dalla normativa vigente, ma se lo accompagnano in campagna moglie e figli non succede nulla? Ci piacerebbe conoscere, felici di essere smentiti, il numero di sanzioni amministrative comminate a non cacciatori per aver concesso ai propri cani di entrare in terreni seminati o con colture in atto. Chi ha provato a far notare ai padroni di questi cani l’incoerenza del proprio modo di fare, nel migliore dei casi ha raccolto un sorriso di scherno e nei peggiori un fiume di ingiurie. Questa è la cultura animalista e ambientalista nostrana: solo la caccia è da condannare mentre tutto il resto e tollerabile e giustificabile. Ciclisti, proprietari di cani, fotoamatori si sentono padroni in casa d’altri! Dovrebbero invece scoprire che molte volte basta una parola di cortesia con il proprietario dei terreni per avere la possibilità di poter fare qualsiasi tipo di attività. Non vogliamo avventurarci in approfondimenti antropologici o filosofici ma solamente rimarcare che la nuova green-mania, l’ambientalismo e animalismo superficiale non fanno certo il bene della Natura.

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