Arci Caccia: Piemonte, onestà intellettuale e credibilità

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Arci Caccia - Associazione VenatoriaArci Caccia: Piemonte, nella gestione dell’attività venatoria nella sul territorio regionale, “onestà intellettuale e credibilità”.

Desidero ringraziare pubblicamente il presidente, peraltro rappresentante degli agricoltori, NON cacciatore, dell’ATC CN1, i componenti del comitato direttivo di detto istituto, compreso ovviamente il nostro Amico e tesserato Sandro Marengo che ne fa parte, che hanno deliberato, nella serata dell’11 c.m., consentendo la caccia alla selvaggina migratoria, su quel territorio, per tre giorni a scelta del cacciatore.

Sentiti ringraziamenti li esprimo sin d’ora a tutti quegli ATC e CA cuneesi e di tutto il Piemonte, che si orienteranno allo stesso modo, perché avranno dimostrato attenzione e rispetto per la figura del cacciatore, già vessato ed avversato in ogni modo da una moltitudine di soggetti per motivi perlopiù strumentali, ed ancor più dei pochi romantici ”inseguitori di fantasmi” , ovvero i cacciatori migratoristi. Era stato fin troppo facile prevedere problematiche inerenti l’applicazione dell’articolo, sotto riportato, del calendario venatorio piemontese 2014/2015, così come avevamo subito apertamente espresso per iscritto, un Amico di ANLC e lo scrivente, agli uffici competenti della Regione.

“C) il prelievo delle specie migratorie è consentito nei giorni di lunedì, mercoledì, giovedì, sabato e domenica, in ogni A.T.C. e C.A.. I Comitati di gestione possono stabilire, fermo restando il limite complessivo di cui al punto 3.1., le giornate destinate al prelievo o consentire la libera scelta del cacciatore;
D) nel territorio destinato alla caccia riservata a gestione privata, l’attività venatoria è consentita nei giorni di lunedì, mercoledì, giovedì, sabato e domenica.”

La ormai decennale esperienza acquisita in materia di gestione venatoria delle zone in cui vivo, ha infatti evidenziato troppo spesso che la discrezionalità lasciata agli ATC-CA nel regolare la “vita venatoria” dei cacciatori, ha portato soltanto, negli anni, a odiose disparità di trattamento tra cacciatori senza che, nel contempo, determinasse alcun risultato positivo nella gestione faunistico/ambientale. Evidenziare, poi, l’incongruenza che in territorio “libero” risulti possibile intervenire da parte degli ATC-CA con ulteriori limitazioni sui già, in origine, ristretti tempi di caccia, mentre in quello adibito a “caccia privata” quella facoltà non sussista, è risultato fin troppo semplice, persino imbarazzante, o almeno per come sono fatto io, così è stato.

Chiedersi chi abbia voluto e sostenuto l’articolo in argomento così com’è, può risultare vago, quasi un mistero, anche perché la scorsa stagione, in Piemonte, era possibile cacciare i migratori tre giorni a scelta, e ciò non aveva comportato alcuna criticità. Sapere invece chi in seguito lo ha “fatto proprio”, quell’articolo, oppure no, è apparentemente più chiaro. In merito esistono, infatti, varie discussioni sui social network che delineano i vari punti di vista, con tutte le sfumature del caso. Si comprende però bene che molti cacciatori, di OGNI associazione venatoria, non accettano più passivamente l’assunto “o mangi questa minestra, o salti la finestra” ma alimentano sulla rete, e non solo li, discussioni animate, interrogativi, critiche più o meno costruttive, a fronte di quelle che paiono semplicemente paure, diffidenze che, anche a mio avviso, risultano anacronistiche ed ingiustificate.

Paure e diffidenze “fumose” che in Piemonte e probabilmente ancor più in provincia di Cuneo, si fa una fatica enorme a relegare definitivamente nel dimenticatoio. Tutto è radicalmente cambiato nel tempo. Le norme, le coltivazioni, i selvatici, i cacciatori, questi ultimi sempre più anziani e sempre di meno, ma alcune convinzioni no, non cambiano, immutate e, pare, immutabili. Sembrerebbe che, per alcuni, anche a livello politico/istituzionale e pure tra coloro che occupano posti di rilievo nell’associazionismo venatorio, i problemi reali non siano, ad esempio, le casse ultravuote di certi istituti territoriali di gestione faunistico/ambientale, con la conseguente richiesta di quote di accesso agli stessi al limite o persino maggiori di quanto prevedono le normative, ed in seguito utilizzate quasi esclusivamente per mantenere in vita l’apparato burocratico e non investite nella gestione faunistico/ambientale. Oppure la mancanza di trasparenza nella conduzione di parte di vari organismi, che, sempre e solo ad esempio, non rendono pubblico neppure il loro bilancio. A volte diretti con piglio personalistico ed intesi come esercizio di potere e non di servizio, atteggiamento che sfocia persino ed incredibilmente nell’imporre o nel negare ai cacciatori ciò che la Legge gli garantisce!

Così come non parrebbe venir individuato, tra i problemi reali, il considerare alcune specie selvatiche di interesse venatorio sterminabili alla stregua dei peggiori insetti infestanti, le stesse specie che, passati i confini italici, vengono invece apprezzate come importanti risorse e trattate di conseguenza. Qui nel cuneese, al contrario, cacciate, chiedo scusa, contenute, ormai quelle si, o quantomeno il cinghiale, 365 giorni l’anno, ovunque, pertanto anche in territori in cui l’esercizio venatorio è vietato, persino di notte, da cacciatori e/o personale “pubblico” abilitati allo scopo, il tutto certamente ed ovviamente in regola con le normative vigenti ma che, nei termini in cui si è sviluppato ed in cui viene espresso attualmente, qualche spunto di riflessione dovrebbe esprimerlo, quantomeno tra i cacciatori e chi li rappresenta e non sto qui ad elencarne i motivi perché mi parrebbe di offendere l’intelligenza dei più.

Parrebbe proprio che affrontare e risolvere i problemi sopra accennati non rientri nelle priorità di alcuni cacciatori e, ribadisco, quel che sconcerta maggiormente, neppure in gran parte della rappresentanza politico/istituzionale che ha competenza in materia e persino di alcuni cacciatori/gestori/dirigenti venatori. Che i migratoristi piemontesi, invece, possano fruire di una scelta, logica, persino ovvia stante la tipologia dei selvatici che prediligono cacciare, che oggi possono essere presenti sul territorio e domani no (per questo in precedenza facevo riferimento a “fantasmi”) pare invece una problematica di reale spessore! E queste ansie si concretizzano nonostante il calendario venatorio piemontese sia stato e sia tuttora tra i più restrittivi d’Italia e forse d’Europa! Per motivare immotivati timori, si invoca anche il rispetto delle norme italiche ed europee. Ma quali sarebbero state o verrebbero mai infrante?

Ebbene, facendo riferimento alle regioni italiane e soprattutto agli Stati europei quali Spagna, Francia, Croazia, Romania e Grecia, che sono ubicati geograficamente più o meno alla nostra longitudine, dov’è che si apre la caccia alla quaglia a fine settembre così come accade in Piemonte? Cioè, in buona sostanza quando questo selvatico migratore non è quasi più presente sul nostro territorio. In quale luogo si chiude il prelievo a tordi e cesene la prima decade di gennaio? Impedendo di fatto la caccia alle seconde che giungono nella nostra regione spesso dopo quella data, visti anche i cambiamenti climatici degli ultimi anni.

Dove si interrompe la caccia alla beccaccia, con il cane da ferma il 31 dicembre? E dove esiste un limite di carniere, per questa specie, di due capi al giorno per un totale annuale di dieci? Dove si fa l’apertura al colombaccio ad ottobre? Specie addirittura cacciabile tutto l’anno in alcuni stati nord europei in quanto considerata nociva. Come e quanto si cacciano gli anatidi in Italia e in Europa in confronto a come e quanto si cacciano in Piemonte? Più in generale, in quale Stato europeo esistono i giorni di silenzio venatorio? Dove si caccia determinata selvaggina “da piuma”, non solo la tipica alpina ma anche starna e pernice rossa, previo censimenti preventivi sulla consistenza della stessa? Dove vi è una limitazione del prelievo della specie lepre di cinque capi a stagione? In quale luogo esiste un tesserino ove annotare giornate di caccia e capi abbattuti? Ove c’è tanto territorio in cui è vietata, per vari e più o meno giusti ed utili motivi, l’attività venatoria così come in Piemonte ed in Italia? In quale Stato del PIANETA esistono in relazione ad una attività di carattere “hobbistico” (giusto per rendere l’idea e tra virgolette perché so bene che la caccia è molto di più e molto di più complesso che un semplice hobby) tanti organismi pubblici e persino privati incaricati del controllo di chi la pratica?

Dove, in Europa ed anche in gran parte d’Italia, si pagano così come accade in Piemonte, cinquecento euro, o oltre, tra tasse nazionali e regionali, assicurazione e quote di accesso ad un solo ATC (per accedere a più di uno la cifra lievita considerevolmente) per poter cacciare, per pochissimo tempo, carnieri limitatissimi, meteo, salute ed impegni lavorativi permettendo, magari solo selvaggina migratoria? Atteso quanto sopra, dovremmo dimostrare ancora cosa a chi, del nostro “mondo” o estraneo allo stesso, in relazione alla nostra prudenza, alla nostra attenzione, alla nostra consapevolezza?!

Da pochi mesi è comunque emersa una novità che CI coinvolge e, almeno a mio avviso, anche estremamente positiva se CI attiveremo però tutti insieme, soprattutto NOI dal “basso”, affinché lo diventi veramente. E’ iniziato infatti in varie regioni e pure in Piemonte, un nuovo corso, anche formalizzato in modi diversi ma avente come comune denominatore l’espressione quanto più unitaria possibile del pensiero e dell’agire dell’associazionismo venatorio. Il mio auspicio è che porti innanzi tutto ad una reale, concreta presa di coscienza collettiva su ciò che ASSOLUTAMENTE non risulta più procrastinabile. Sappiamo bene quali sono i reali problemi che investono il nostro settore e vanno affrontati subito con competenza ed attenzione dai responsabili dell’associazionismo venatorio, senza attendere lo facciano “altri” come, purtroppo, ogni tanto accade.

Sicuramente i problemi non sono legati al dove, come, cosa e quanto si caccia in Piemonte o in Italia! La legge dello Stato e le norme regionali in materia, forniscono già più che sufficienti e oltremodo prudenti indicazioni ed obblighi in tal senso. Risulta peraltro certificato da autorevoli studi scientifici nazionali e transnazionali, che solo e soltanto la conservazione ed il ripristino degli habitat hanno una valenza positiva sulle varie specie selvatiche, anche non cacciabili o di nessun interesse venatorio e sulla riconquista, ove è venuta meno, di quella biodiversità di cui oggi tanto si parla. Se malauguratamente gran parte dei vertici dell’associazionismo venatorio intendessero cambiare tutto per, in realtà, non cambiare nulla, rimanendo ancorati ad antiquate e sterili logiche, da riproporre perfino alle componenti politico/istituzionali, spesso già a “noi” disattente quando non proprio ostili “ a prescindere”, avrebbero imboccato un vicolo cieco, a cui seguiranno inevitabili conseguenze il cui esito, al momento, credo non sia del tutto prevedibile.

Oggi, il nostro comparto, deve assolutamente trasformarsi in una grande associazione ambientalista ( quelle animaliste ed anticaccia sono già ben presenti, potenti ed influenti ed il loro operare poco o nulla ha a che fare con la protezione ambientale) convogliando, non esclusivamente ma soprattutto, verso il miglioramento degli habitat le enormi, meravigliose risorse di volontariato, di passione, di competenze, di generosità che ancora ci caratterizzano. Questo rinnovando e/o attivando una gestione faunistico/ambientale di cui si DEVONO PRIORITARIAMENTE far carico gli ATC ed i CA come organismi di gestione faunistico/ambientale operanti sul territorio o, qualora si siano dimostrati o lo siano tuttora, superati e/o non all’altezza del loro prezioso compito, altri istituti idonei, efficienti ed efficaci, che si dovranno pensare e costruire, però, quanto prima!

Rileggo ciò che ho scritto e mi pare al contempo prolisso e paradossalmente poco esaustivo, ma all’improvviso mi sovvengono tre parole che credo possano al meglio sintetizzare il nocciolo della questione, sicuramente ed addirittura non solo di quello inerente la gestione dell’attività venatoria ma dell’operare umano in genere e sono: “ONESTA’ INTELLETTUALE” e “CREDIBILITA’”. Sono fermamente convinto che se riusciremo, certamente in primis anch’io, quanto prima a far nostri, non dico in toto ma almeno quanto più possibile, i predetti termini, sapremo e potremo ancora operare positivamente per il bene di molto e di molti.

Grazie ed in bocca al lupo a tutti i cacciatori!

Ezio Cardinale
pres. prov. Arcicaccia – Cuneo

( 17 giugno 2014 )

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