Asti, nel 2020 abbattuti 1431 cinghiali: altri 297 ad inizio 2021

I dati forniti dagli uffici provinciali evidenziano il grande lavoro svolto dalle squadre nel contenimento della fauna selvatica.

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Varese

Asti«La fauna selvatica è un freno per molte imprese agricole. Sapere che non potrai raccogliere ciò che semini solo perché sarà il banchetto di caprioli e cinghiali è un problema che blocca agricoltori ed investimenti». Alessandro Durando, presidente della Cia di Asti, da anni denuncia il problema. L’ultima volta, poco più di una settimana fa, durante la presentazione dei dati economici sull’annata agraria 2020. Una prima risposta arriva dalla Provincia di Asti. Nel 2020 sono stati abbattuti 1431 cinghiali e nei primi mesi del 2021 altri 297.

«I dati forniti dagli uffici provinciali evidenziano il grande lavoro svolto dalle squadre nel contenimento della fauna selvatica, in particolare dei cinghiali – scrivono in una nota Paolo Lanfranco, presidente della Provincia e Davide Massaglia, consigliere provinciale con deleghe alla Caccia –. Ai cacciatori va tutto il nostro ringraziamento e il plauso per i risultati raggiunti». In 15 mesi sono state organizzate più di 1000 battute di caccia specifiche. A complicare il calendario, durante il secondo lockdown, il blocco temporaneo della caccia. «La presenza dei cinghiali, favorita in ampie zone di territorio boscato in condizioni di abbandono, è drammaticamente aumentata a causa del lockdown della scorsa primavera che ha offerto le condizioni ideali ai selvatici per proliferare – aggiungono i vertici provinciali –.

La Provincia è disponibile a discutere qualsiasi iniziativa utile a garantire la sicurezza dei cittadini e le produzioni dei nostri agricoltori». Tra le proposte la possibilità di somministrare mangimi che riducano la fertilità dei cinghiali. Il primo a parlarne nell’Astigiano fu Antonello Murgia, presidente degli Ambiti Territoriali di Caccia. «In USA e in Inghilterra la pratica si sta sviluppando. Esistono farmaci specifici, riproducibili sotto forma di mangime» (La Stampa).

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