Caccia al Beccaccino nel Pavese..

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Il beccaccino di Piazza della Vittoria: Tre amici, al termine della stagione venatoria, decidono di concluderla con una battuta nelle risaie nei dintorni di Pavia.

A caccia non ci sono certezze in termini di risultati, lo sanno tutti i cacciatori. Andare a caccia di beccaccini, aumenta ancora di più tali incertezze. Per chi non lo sapesse, questo uccello è considerato uno delle più ostiche prede da cacciare. I suoi sensi, il suo comportamento, direi anche la sua “personalità” lo rendono uno dei volatili più difficili da insediare. Il beccaccino una volta allarmatosi non pedina o tenta di nascondersi tra la vegetazione, ma al contrario irrimediabilmente decolla e lo fa tendenzialmente contro vento.

Un esperto cacciatore sa bene che è più efficace procedere sempre con il medesimo alle spalle, per cercare di costringere il beccaccino a partenze per lui non ottimali ed a tiri laterali, per i quali un volo a zigzag su un piano orizzontale risulti lineare, non complicando ulteriormente il tiro. Per quanto mi riguarda, non ho difficoltà a dire che questo uccello sia per me la preda più difficile da catturare. Alcuni cacciatori non perseverano in un tipo di caccia che dia scarsi risultati, preferendo prede più accessibili che diano più soddisfazione.

Io no, invece. Qualcuno direbbe nonostante, ma io afferma che soprattutto perché non sono molto bravo a cacciare il beccaccino, ho voglia di cimentarmi in questa caccia per misurare le mie capacità e migliorarle anno dopo anno, senza pretendere di arrivare alla perfezione. Mi basta essere solo bravo, non perfetto. Mi chiamo Carlo ed io e la testardaggine siamo la stessa cosa. Fortunatamente non sono il solo a pensarla così. Questo mi conforta in un certo senso. Ci sono altri due testardi come. Sono i miei due migliori amici nella vita e nella caccia, Matteo e Giovanni. Abitiamo nella bellissima Pavia, la capitale del riso. Tutti e tre abbiamo deciso che fino a quando non saremo bravi a cacciare il beccaccino, non insedieremo altre prede. Lo so che state pensando, che siamo tre pazzi. Ma se la pazzia è la condizione più diffusa tra gli uomini, come diceva un grande filosofo, aggiungo che la follia è la virtù dei geni.

Siamo degli ultratrentenni che hanno approcciato alla caccia da pochi anni. Una sera ci siamo riuniti per decidere da quale preda iniziare e, soprattutto, da chi imparare ad andare a caccia. Dopo molte battute di caccia alle più svariate specie cacciabili, lo scorso anno abbiamo deciso che questa stagione venatoria l’avremmo dedicata al beccaccino. Un cacciatore di lungo corso, condividendo con lui la nostra idea, una volta disse: “Una preda difficile per chi ha poca esperienza come voi. Siete sicuri. Guardate che a volte è frustrante”. “Ma no”, rispondemmo in coro, “che vuoi che sia? E’ una preda come un’altra”. Non l’avessimo mai detto. Dall’inizio dell’apertura il carniere piangeva scarsità di prede. Fortunatamente, siamo tre simpaticoni e così sdrammatizzavamo le inefficaci uscite di caccia, prendendoci in giro a vicenda. Nessuno di noi tre si è mai offeso, anzi. Non prendersi troppo sul serio nella vita, è un buon antidoto contro le difficoltà a cui si va incontro.

Un giorno, che non scorderò mai, Matteo passa a prenderci perché doveva parlarci. Era stranamente silenzioso. Noi pensavamo che avesse qualche problema ed eravamo un po’ preoccupati. Parcheggia la macchina e ci dirigiamo verso Piazza della Vittoria. Ci fermiamo al centro della piazza e Matteo ci guarda fisso negli occhi. Noi, pronti ad uno sfogo per un problema che lo stesse assillando, eravamo pronti ad ascoltare. Con una naturalezza fuori dal comune, Matteo dice: “Ragazzi che dobbiamo fare con ‘sto beccaccino? Io mi sono stancato, prendiamo una decisione, la stagione sta finire. Non possiamo chiuderla con questi risultati”. Giovanni mi guarda incredulo e risponde: “Chissà che mi credevo dovessi dire! Ed io che mi stavo preoccupando che tu avessi chissà quale problema, ma va la!!”. Matteo scoppia a ridere. “Volevo testare il grado con cui vi preoccupate di me, tutto qui”. Ridemmo fragorosamente. I passanti ci guardavano, anche con un po’ di invidia, perché vedere gente che sorride di questi tempi sta diventando una cosa rara. Andammo a prendere un caffè. Dopo una lunga discussione sull’opportunità di continuare o meno la caccia al beccaccino, decidemmo che ormai non potevamo ritirarci dalla lotta. Giovanni, un po’ riluttante, accettò. Questo uccello è il signore delle risaie nei dintorni di Pavia, quindi se altri ci riuscivano, non vedo perché non avremmo dovuto anche noi diventare bravi come gli altri.

Stabilimmo il giorno dell’uscita di caccia. Matteo, grande amante degli animali, avrebbe messo a disposizione i suoi due splendidi pointer, stella e giselle. Quest’ultimi sono due ausiliari molto calmi e sicuri di se, in grado di frenare le loro emozioni per non far alzare mai i beccaccini fuori tiro. Ci fidiamo di loro, sanno fare il loro divere. D’altronde il pointer è considerato uno dei cani più eleganti nella caccia, sia per la ferma, che per il galoppo a testa alta per scovare il selvatico anche in ambienti vasti, grazie al fiuto molto sviluppato. Viene, simpaticamente, definito da alcuni “Un naso con 4 gambe sotto”. E’ una razza di origine britannica che prende il nome dalla sua capacità di puntare la preda. Noi siamo consapevoli che la caccia al beccaccino necessita di un cacciatore silenzioso, dotato di buona mira e polso fermo, con una grande precisione nel tiro: si deve sparare subito e, soprattutto, evitare di attendere troppo, affinché non accada l’irreparabile, ossia che dopo il volo il beccaccino inizi il suo tipico zig zag in allontanamento, quando emettono una specie di “bacio” schioccato forte, dal tipico suono “gnech-gnech”. Non a caso il beccaccino viene definito anche capretta nel cielo a causa di questo verso. Siamo pronti. La domenica ci dirigiamo in una risaia nei pressi di Pavia, in località Lomello. Scendiamo dalla macchina e tiriamo giù la nostra attrezzatura: tre semiautomatici Montefeltro beccaccia 20 con canne da 70 cm di lunghezza e cartucce caricate con piombo n.10. Avevamo prestato attenzione ai minimi particolari. Siamo pronti ci dicevamo ognuno dentro di se.

Ci incamminammo nella risaia con i cani che fiutavano le tracce. “Perché non percorriamo quel canaletto?”, disse Matteo, “magari salta un beccaccino…” “Certo potremmo anche farlo, tanto poi se anche ci fosse è da colpire e mi sa che avrà vita lunga quel beccaccino”, risposi sorridendo io. Di nuovo non volevamo prenderci troppo sul serio, quasi a voler esorcizzare la tensione. Costeggiavamo il canaletto, scambiandoci degli sguardi, di tanto in tanto.. Intorno a noi il silenzio dominava la risaia.  Quando mi stava per attraversare nella mente il pensiero che la stagione sarebbe finita senza aver preso nemmeno un beccaccino, Giovanni urla: “Guarda! un beccaccino!”. Stavo per mirare, ma dietro di me sentii un altro verso di un beccaccino. Per un secondo pensai che eravamo circondati. Imbracciammo i fucili, ed io e Matteo puntammo ognuno la sua preda. Sono lunghi, ma li incanniamo per bene e cadono.  I cani festeggiavano i nostri tiri.

Non stavamo più nella pelle. Prendiamo le nostre prede e conitnuamo la giornata di caccia, consapevoli ora che la fortuna non ci aveva voltato le spalle. Infatti poco dopo sentii una botta: era Giovanni che accanto a me aveva appena levato un’altra coppia di beccaccini: bum…bum… uno cade. Giovanni recupera la suapreda ed esclama: “Siiii”. La giornata continuò così, con beccaccini che spuntavano ovunque. La risaia era diventata il nostro teatro della riscossa di una stagione venatoria che si stava concludendo nel migliore dei modi. Il Freddo non ci aveva minimamente reso difficoltoso il cammino, così pure il terreno. Eravamo talmente euforici, che nulla ci avrebbe distratto.

La giornata era giunta al termine, il carniere era pieno e noi eravamo felicissimi. Il giorno dopo ci incontrammo di nuovo a Piazza della Vittoria per brindare alla fine della stagione venatoria.

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