Federcaccia: L’Emilia Romagna festeggia S. Uberto patrono dei cacciatori

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Sant'Uberto patrono dei cacciatoriFedercaccia: L’Emilia Romagna festeggia S. Uberto patrono dei cacciatori presso il maniero di Gropparello (PC); convegno sul tema “La caccia: da privilegio dei signori a tradizione dei popoli”.

È stato il maniero di Gropparello, in provincia di Piacenza ad ospitare quest’anno la celebrazione emiliano-romagnola del patrono dei cacciatori. A fare gli onori di casa il presidente della Sezione organizzatrice, Franco Livera, che ha introdotto i lavori del convegno “La caccia: da privilegio dei signori a tradizione dei popoli”: “Questa scelta – ha spiegato Livera – è stata dettata dalla necessità, più che mai attuale, di raccontare una storia, quella della caccia, in modo che raggiunga tutta la società,  che ha ormai perso il contatto con il ciclo della vita e della morte che regola la natura, e ne faccia apprezzare il valore prima che caccia e cacciatori diventino solo materia per i libri di storia”.

Una storia che è stata spiegata con ricchezza di particolari da Zeffiro Ciuffoletti, ordinario di Storia contemporanea e Storia sociale della comunicazione dell’Università di Firenze, che è partito dalla caccia come privilegio delle élite, per passare con la rivoluzione inglese alla caccia solo nelle proprietà e diventare con la rivoluzione francese diritto di tutti. Tale diritto diede la stura a una pressione venatoria, spesso di frodo, senza precedenti con gravi danni alla fauna. Napoleone , per limitare il prelievo, rimpinguare le casse dello Stato e regimare il possesso delle armi per ragioni di sicurezza, introdusse la concessione venatoria ancora attuale.

Passando all’oggi, Ciuffoletti ha riscontrato un ritorno al passato: la caccia sempre più privilegio per élite non più basato sul feudo, ma sulle possibilità economiche. Non solo: a relegare la caccia tra le attività “politicamente scorrette” c’è il cambiamento della democrazia, che da espressione di massa si è trasformata in espressione di “minoranze organizzate” come gli ambientalisti: “Oggi, la difesa animalistica – ha affermato – coincide con un’incultura di ciò che si difende. Se in uno Stato funzionante l’equilibrio è raggiunto contemperando gli interessi di tutti, alcune di queste minoranze hanno ucciso lo Stato e quindi l’interesse di tutti”.

A conclusione del suo intervento il professore ha dato alcuni consigli validi non solo per il mondo venatorio, ma anche agricolo: “Non si può cambiare il corso della storia, ma bisogna entrare a farne parte diventando minoranza organizzata. Per riuscirvi occorre innanzitutto eliminare la frammentazione rappresentativa e unire le strategie comunicative, possibilmente coinvolgendo il più possibile donne e giovani”.

Giuseppe Manfredi, ordinario di Diritto amministrativo presso l’Università Cattolica di Piacenza, ha preso spunto dell’intervento precedente per chiarire che “la caccia popolare si configura già nel diritto romano, nel quale la fauna viene definita res nullius. La rivoluzione francese non fa altro che ripristinare il diritto dei Romani. Il primo cambiamento, almeno in Italia, arriva con la legge sulla caccia 968/77, in cui i selvatici diventano parte del patrimonio indisponibile dello Stato, di cui si può usufruire in modo generale, speciale, è il caso della caccia che è sottoposta ad autorizzazione, ed eccezionale. Un’altra particolarità italiana è l’art. 842 c.c. che permette l’ingresso ai fondi privati da parte dei cacciatori. Non è presente in altri Stati ed è oggetto di dibattito europeo, visto che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha posto tra le prerogative della proprietà privata, diritto fondamentale dell’uomo, quella di vietare tale ingresso. Questa misura può essere applicata in Italia? Teoricamente sì, – ha detto il prof. Manfredi – ma la ritengo un’ipotesi remota, perché la caccia sta assumendo sempre più il ruolo sociale di ristabilire gli equilibri ecologici, un ruolo che gli agricoltori riconoscono e al quale fanno ricorso per regolare la fauna che crea loro grossi danni. Per tutto ciò – ha concluso – non credo che in Italia la caccia possa perdere il suo carattere popolare”.

Sulle posizioni degli agricoltori ha fatto chiarezza Alberto Dallari Bondanini, già presidente della Confagricoltura di Modena: “Gli agricoltori delle nostre terre, che traevano dalla selvaggina l’apporto proteico, erano abituati da sempre alla presenza di fauna, ma oggi è necessario che la natura sia gestita da parte di coloro che nutrono e curano i selvatici: cacciatori e agricoltori”.

Di particolare interesse il costruttivo intreccio tra caccia e agricoltura disegnato da Dallari Bondanini: “Vi sono due tipi di terreni agricoli: i marginali e i vocati: per i primi la caccia può essere una significativa integrazione del reddito, per i secondi un efficace strumento di difesa. Non è un caso che una volta gli agricoltori spingessero per l’abrogazione dell’842 e che oggi non sia più cosi, anzi, a preoccuparli è il progressivo invecchiamento e diminuzione della popolazione venatoria”.

A chiudere i lavori è stato Stefano Merighi, presidente regionale Emilia-Romagna, che ha stigmatizzato l’ipocrisia crescente con cui viene affrontato il tema venatorio, e ha indicato nella politica il nodo da sciogliere: “Vogliamo politici – ha dichiarato – che non si facciano tirare per la giacca né dagli ambientalisti né, ovviamente, dai cacciatori, ma che diano regole equilibrate e corrette, che consentano uno svolgimento sostenibile e insi3eme soddisfacente della caccia”.

Le celebrazioni sono continuate con un’esibizione di spada medievale a cura della Scuola d’arme Gesindel nel cortile esterno del castello, la messa del cacciatore e la tradizionale cena di S.Uberto durante la quale, impreziosita dagli interventi del sindaco di Gropparello, Claudio Ghittoni, e dell’assessore  provinciale alla Caccia, Manuel Ghilardelli, è stata consegnata l’onorificenza “Cacciatore gentiluomo” regionale 2013 a Luigi Cavanna, primario di oncologia ed ematologia dell’ospedale Guglielmo da Saliceto di Piacenza.  

12 dicembre 2013

Federcaccia

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