L’equivoco del radicalismo animalista sui cavalli
Il dibattito pubblico sul benessere e sulla tutela giuridica degli equidi si trova oggi davanti a un bivio fondamentale. Da un lato c’è la spinta di una corrente ideologica che, sotto la bandiera dell’antispecismo, punta alla progressiva e totale cancellazione del cavallo dalla società civile, sportiva ed economica attraverso tre proposte di legge (N. 48 BRAMBILLA – NOI MODERATI, N. 2187 ZANELLA – AVS, N. 2270 CHERCHI – M5S) su cui è stato avviato l’iter parlamentare. Dall’altro c’è la realtà di un settore che unisce tradizione, presidio del territorio ed economia reale. Umanizzare il cavallo, considerandolo esclusivamente un “animale d’affezione” al pari di un cane o un gatto, è un errore culturale profondo. Salvaguardare questa specie significa l’esatto contrario: mantenere vivo e forte il suo ruolo nello sport, nelle attività tradizionali di lavoro e, anche, tutelare una filiera delle carni equine che sia trasparente, legale e rigorosamente regolamentata.
Il cavallo e l’uomo: un’alleanza millenaria, non uno “sfruttamento”
Definire “sfruttamento” qualsiasi utilizzo del cavallo a fini sportivi, ricreativi o turistici significa ignorare la storia e la biologia stessa dell’animale. Il cavallo domestico esiste ed è giunto fino a noi proprio in quanto partner dell’essere umano. Il mondo dell’equitazione, dell’allevamento d’eccellenza, dell’ippoterapia e del turismo equestre non è il nemico del benessere animale. Al contrario, le federazioni e le associazioni di settore sono le prime a imporre regolamenti rigidi per la tutela psicofisica, i controlli antidoping e la corretta gestione dei ritmi di vita e di allenamento. È proprio attraverso lo sport, il lavoro rurale e l’ippoterapia che il cavallo mantiene una centralità economica che ne giustifica la cura, la selezione e la conservazione delle razze autoctone. Se l’attività equestre venisse gradualmente abolita o soffocata da divieti impraticabili, il cavallo diventerebbe un lusso, economicamente insostenibile per la maggior parte degli appassionati. Il risultato finale non sarebbe la libertà degli equidi, ma la loro rapida scomparsa dalle nostre campagne.
Perché una filiera della carne regolamentata è un presidio di legalità
Il tabù della filiera equina va affrontato con pragmatismo scientifico ed economico, non con l’emotività. L’Italia ha una tradizione culinaria e una domanda di carne equina consolidate che non svaniscono per legge. Vietare la macellazione sul territorio nazionale non spegnerebbe la richiesta del mercato, ma la sposterebbe semplicemente verso l’estero o verso la clandestinità. Al contrario, una filiera della carne equina espressamente prevista, monitorata e regolamentata dallo Stato rappresenta l’unico vero strumento di tutela per gli animali stessi. Il cavallo è un animale fiero, maestoso e cooperativo, la cui dignità millenaria si esprime nel movimento, nel lavoro guidato dall’uomo e nella vita rurale. La vera tutela degli equidi non si fa con l’approccio proibizionista che porta alla desertificazione di un intero comparto, ma con regole chiare, controlli stringenti e sanzioni severe per chi maltratta o abbandona. Lo sport, il lavoro e la filiera zootecnica devono continuare a esistere ed evolversi insieme: senza questa economia reale, il cavallo è destinato a diventare soltanto un ricordo del nostro passato (fonte: AB – Agrivenatoria Biodiversitalia).





































