L’Italia e la caccia che non c’è: i cinghiali dissotterrano il cadavere della legge 157/1992

Caccia al Cinghiale. E’ diffusa l’opinione che fra le cause dell’«emergenza cinghiali» in Italia ci sia l’introduzione di ceppi ungheresi, più prolifici e più grandi rispetto al Sus scrofa majori, il cinghiale “maremmano”.

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Molise
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Cinghiale in un campo di cereali

L’affermazione è priva di fondamento: basta verificare che nella grande pianura dell’Ungheria, paese ad economia prevalentemente agricola, dove effettivamente gli irsuti suidi arrivano a sfiorare i 300 kg di peso, i contadini non protestano sotto le prefetture, né gli animali frequentano i parcheggi dei supermercati, le vie cittadine o i giardini pubblici.

E così nella maggior parte dei paesi mitteleuropei. Paesi, dove, da secoli, la caccia è quasi sempre ancorata ad un prelievo quali-quantitativo e si fonda su una notevole conoscenza dello stato della fauna (ai maschi adulti di cervo si arriva persino a dare un nome). Nella nostra penisola, per converso, non sappiamo nulla, o quasi, dei tracotanti cinghiali.

Non sappiamo nemmeno quanti ne vengono abbattuti ogni anno, atteso che gli unici dati della gestione faunistico venatoria (con le eccezioni di cervidi e bovidi, ove prelevati), infatti, sono i bugiardini venatori, pardon, i tesserini venatori su cui segnare i capi cacciati.

Salvo pochi studi, con scarsi dati molto localizzati, non abbiamo i contenuti reali per riempire le caselle delle dinamiche di popolazione, delle densità, della struttura, e così di tutti gli altri parametri biologici del cinghiale.

Conoscere è il passaggio che consente di gestire. Se non c’è conoscenza, non ci può essere gestione. E, infatti, laddove la tradizione venatoria, costruita sulla hauptjagd, cioè sulla caccia agli ungulati e ai grandi carnivori, per necessità intrinseca, ha costruito una valida gestione, nel nostro Paese, la caccia vagante e casuale alla piccola fauna stanziale o migratrice non ha posto le basi né per la cultura venatoria né per quella gestionale.

È provocatorio, ma molto veritiero, sostenere che la caccia, in Italia, ancora consiste, per lo più, nell’uscire con il fucile in spalla nella speranza di tirare casualmente a qualche animale. L’icona della domenica di caccia del rag. Fantozzi ha perso soltanto la dimensione numerica, posto che è sceso il numero dei praticanti (più che altro per “cause naturali”) ma non è variata la qualità. Ne è una dimostrazione il dato annuale degli incidenti.

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