L’uomo che vive nei ricordi, l’arte dell’Ars Venandi, vista con gli occhi di un giovane cacciatore nostalgico

Ars Venandi - Spesso mi chiedo come sarebbe stato cacciare con nonno Piero, e visto che alla mia domanda non potrò avere mai risposta, ho voluto dedicare poche righe a quell’uomo che vive solo nei miei ricordi più cari, in memoria di uno stile di caccia e di vita che pian piano va perdendosi in un mondo frenetico e tecnologico.

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ars venandi
Ritratto di Ars Venadi

Non ho mai avuto il piacere e l’onore di conoscere la persona che ha trasmesso al mio dna la passione per la caccia, ne ho sempre sentito parlare dai miei familiari più stretti e più precisamente dalle sorelle di mio nonno. In tutti questi anni di onorato servizio presso la Dea Diana, mi sono costruito una figura immaginaria tutta mia, di come potesse essere quella persona che pur non avendo mai visto ha tramandato in me una passione indescrivibile, quella passione che ti da la forza di fare levatacce al mattino, camminare per ore e ore senza vedere un selvatico, quella passione che ti tiene sotto la pioggia e il vento per una mattinata intera con il setter che mi guarda come volesse dirmi : “Tu sei completamente pazzo”.

A nonno Piero, nella speranza che un giorno vivremo insieme la ferma di un setter inglese su un branco di starne, in una bellissima alba da sogno.

Vaga cacciatore solitario nei meandri dell’esperienza, vaga nella tua solitudine, ricurvo su te stesso con la schiena che porta il peso dei tuoi anni, la tua saggezza riecheggia nelle valli che da sempre solchi, alla ricerca di quelle emozioni che solo l’arte venatoria sa darti. Il tuo cuore ormai stanco e affaticato, si emoziona ancora dinanzi ad una ferma, palpita nel fitto del bosco quando sei al cospetto della regina, la mano tremante afferra il fucile con forza cercando di sparare un solo colpo, la pelle rugosa del viso si distende quando abbozzi un sorriso di compiacimento per la meravigliosa stoccata. La vecchiaia insegna, la vecchiaia è tristezza, la vecchiaia è solitudine, e la tua vita è stata tutt’altro che facile; hai combattuto al fronte per difendere la nostra libertà, sei stato nei paesi dell’Est a combattere una guerra non tua, nei sei uscito vivo sognando di cacciare trampolieri e folaghe sulle rive del Don, hai visto la morte in faccia, nei hai fatto la conoscenza e te ne sei liberato pensando alle tue amate valli e agli amici di sempre.

La caccia come la vita è stata maestra severa e inflessibile, insegnandoti le rotte dei migratori durante il passo autunnale, spiegandoti i venti ideali per il passo e la rimessa della beccaccia nel bosco, hai dedicato intere giornate cariche di speranza per conoscere le abitudini degli ungulati al crepuscolo e tutto questo è avvenuto nel corso della tua lunga vita, poiché la Dea della caccia concede il suo sapere un poco alla volta, ma quel poco deve essere capito velocemente o come dicevano i latini “Festina Lente”. Tutta la selvaggina era consentita e tu, con infinito rispetto, prelevavi solo il necessario, che importanza aveva se in una mattinata incontravi due, tre, quattro lepri, la tua mano metteva nel carniere lacero e sdrucito solo un’orecchiona poiché due sarebbero state un lusso, un torto alla natura e tu di lussi non ne volevi. Cresciuto nella povertà e nel rispetto della vita altrui, sapevi onorare il tuo avversario uomo o animale che fosse, la lotta tra di voi era sempre pari, mai un vantaggio per nessuno dei due. Ora disteso nel tuo letto, tra lenzuola lacere e dure, guardi la doppietta appesa sopra al camino e riaffiorano in te le numerose emozioni che questa ti ha regalato, imbracciandola da quando tuo padre te la donò il giorno del tuo sedicesimo compleanno, sino all’ultima fucilata fatta a una cotorna, che tanto ti fece stancare per recuperarla in quel calanco.

Lo sguardo dello spinone disteso ai piedi del camino si incrocia con il tuo, vorresti startene seduto sulla vecchia panca di legno , assaporando l’aroma del tabacco alla vaniglia della tua pipa e caricando le cartucce come faceva tuo padre, accarezzandolo di tanto in tanto per rinsaldare quel legame che vi unisce da sempre.

L’ultimo alito di vita è per lui, compagno di tante mattine e di tanti tramonti, stendi la tua mano verso quel musetto peloso cercandolo ma non sentendolo, con movenze stanche e lente si avvicina a te sentendo  di salutarti per l’ultima volta, se potesse ti accompagnerebbe come ha sempre fatto nel viaggio più difficile e pauroso. L’imbrunire della sera e l’aria fresca delle cime ancora innevate, salutano un’altra giornata che volge al termine, volgi il tuo sguardo fuori dalla finestra, dove il sole sta calando; ti ricordi… l’avevi voluta costruire proprio lì per guadagnare un’ora di luce nel periodo estivo, i tuoi occhi stanchi e lucidi guardano il cielo terso di un arancio carico, come se la natura volesse rendere omaggio alla bellezza e purezza della tua vita, indossi a tracolla la bisaccia, carichi la doppietta e con un fischio chiami il cane, sei pronto sull’uscio per affrontare il viaggio più bello e difficile.

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