Caccia in Bielorussia. Emozioni di un viaggio venatorio..

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Caccia in Bielorussia: Viaggiare è la mia passione e quando posso farlo con una carabina in valigia la felicità rasenta vette altissime. Prendi ad esempio l’ultimo viaggetto venatorio, organizzato qualche mese fa in compagnia dell’immancabile Giacomo e del mio padrino di caccia, Cesare.

Siamo un bel trio e con il pretesto della caccia stiamo girando tutto il mondo. Il viaggio in Bielorussia però mi è rimasto nel cuore, visto che era da tanto che lo volevamo organizzare, e alla fine, nonostante il lavoro e i soldi che non bastano mai, ci siamo riusciti. Della parte organizzativa come al solito si è occupato Cesare, un carissimo amico che mi ha iniziato, molti anni fa, ai piaceri della caccia e scherzosamente chiamo il mio padrino di caccia. Come al solito prima di partire ci siamo dati un obiettivo di caccia: dovevamo catturare, a testa, almeno un vecchio e grande alce al bramito. Naturalmente non avremmo disdegnato nemmeno un bel cinghiale, o un capriolo. Pare che l’intera regione ne sia letteralmente piena, ma l’alce doveva essere la protagonista del nostro viaggio. Non ti annuncio niente, ma al rientro eravamo tutti molto soddisfatti.

 

Il viaggio d’andata è stato piuttosto piacevole e breve, d’altronde l’entusiasmo della partenza è sempre uguale: ti fa superare ogni fatica senza accorgertene. In aeroporto abbiamo svolto tutte le pratiche per lo sdoganamento in una ventina di minuti e ci siamo fin da subito affidati a due guide che ci sono venute a prendere per portarci in una bellissima riserva; un angolo di paradiso bello anche solo per una vacanza. Ma noi dovevamo cacciare e non ce lo siamo dimenticati nemmeno per un secondo. D’altronde se noi siamo appassionati, le nostre guide Abram e Amos sono quasi fanatici della caccia, innamorati della loro terra che mostrano con un malcelato orgoglio.

Arrivati alla riserva Abram si presenta come capocaccia e prima di farci andare a letto, anche se sono solo le sette di sera, ci spiega un po’ come si svolgerà la giornata seguente. Il nostro bel gruppetto si dividerà e ognuno di noi andrà con una guida diversa: io sarò accompagnato da Amos e la cosa non mi dispiace per niente, visto che mi sembra piuttosto preparato. Prima di lasciarci riposare Abram ci ricorda che la sveglia sarà per le tre del mattino e noi, tanto per non sembrare pappamolle facciamo finta di niente, ma ti risparmio le osservazioni che ci siamo scambiati non appena chiusa la porta. Insomma, alle due e mezza scatta la suoneria del mio cellulare e a me sembrava di non aver dormito praticamente nulla: sensazione per altro condivisa. Fortuna vuole che le uova e il caffè di Eva, la compagna di Amos siano davvero buone e calde. Ci risvegliamo velocemente visto che l’entusiasmo ha la meglio, ci vestiamo esattamente come consigliato dalle guide e partiamo. Capellino in testa, colletto ben allacciato, stivali e indumenti pesanti: non è solo per il freddo, ma anche per l’infinità di bestiole che cercano di avere la meglio quando ti inoltri nel bosco: zecche, zanzare e mosche cavalline sono davvero un incubo. Il fuoristrada è bello e nuovo ma scomodo e spacca ossa. Dopo aver massacrato la schiena mia, di Giacomo e di Cesare la jeep si ferma e ci consente la discesa in prossimità di un bosco che somiglia ad una vera e propria giungla. Lo ammiriamo a bocca aperta visto che al buio sembra ancora più impenetrabile. A questo punto le guide si salutano e ognuno di noi segue la sua. Amos parla bene l’inglese ma durante il tragitto che ci porterà all’altana dice poco e niente.

Mi ricorda costantemente di stare attento: e in effetti il sentiero non è esattamente agevole. Il sottobosco è un inferno, con tanto di felci, ortiche giganti e licheni, ma il bosco di betulle è uno spettacolo. Percorsi circa ottocento metri raggiungiamo l’altana. Si tratta di una casetta piuttosto lussuosa, me ne rendo conto ancora prima di salire. Ci sono i letti, il fuoco e dei fornellini. Ci appostiamo e aspettiamo che qualcosa succeda. Tanto per cominciare sorge il sole: sono circa le 5,30 e Amos inizia con un canto che nei giorni seguenti avrei imparato a conoscere. Richiama le alci e lo fa piuttosto bene visto che di rimando alcune rispondono. Ce ne devono essere almeno tre nei dintorni e la mia speranza di una caccia facile si accende immediatamente. Purtroppo le speranze fanno presto a morire: la mattina si conclude senza che le alci si siano mostrate. Stesso discorso durante il pomeriggio nonostante si sia cambiata altana. Poco male: la giornata è stata eccezionale e piuttosto gratificante.

La mattina seguente le cose si ripetono: in sella alla jeep raggiungiamo il luogo prefissato, raggiungiamo la nostra altana, meno elegante rispetto a quella del primo giorno, e aspettiamo. Amos tira fuori qualcosa che non avevo mai visto; si tratta di un pezzo di trachea d’alce essiccato dentro il quale soffia il suo richiamo. Penso sia una cosa assurda e pure un po’ schifosa, ma funziona. Per lui è una vera e propria reliquia, quasi non me la fa vedere.  Gli animali rispondono ma come il giorno seguente non si mostrano. La rabbia di Amos è piuttosto palese. Chiama al cellulare Abram e Mikail, l’altra guida, discutono di non so cosa e poi si parte, verso una nuova location. La tecnica di caccia qui cambia. Niente altana; siamo nei pressi di un acquitrino e Amos, che la zona evidentemente la conosce piuttosto bene, non appena sceso dalla jeep, senza nemmeno guardarsi intorno inizia con i suoi richiami. Forse vuole sondare il terreno. Sorride quando gli rispondono almeno quattro esemplari. Ci fa cenno di scendere e di portare con noi le armi. I richiami e le risposte si fanno sempre più intensi e questa volta Amos fa di più: imita l’alce con una capacità sorprendente e strofina grossi rami contro gli alberi. Io lo guardo ammirato visto che la cosa funziona e sembra che di lì a breve le cose si risolveranno in un successo. Abram mi dice anche dove posizionarmi: imbraccio il mio fucile e sento tutto l’adrenalina di una giornata fantastica scorrermi nelle vene. Aspetto. Aspetto. Aspetto.

Dopo una mezzora le braccia, nonostante l’adrenalina, iniziano a farmi male. Guardo Abram visto che Amos non distoglie lo sguardo da un vago punto fra gli alberi. La guida fa spallucce e mi fa capire che l’alce, dopo un avvicinamento lentissimo, probabilmente si è addormentato. E’ il delirio. Amos quest’alce lo vuole più di me. Ci fa salire tutti in macchina e partiamo per un’altra zona. E’ pomeriggio inoltrato e abbiamo ancora a disposizione poco tempo. Dopo aver fermato la jeep, sondato la presenza di selvatico Amos e Abram discutono fra loro. Ci organizzeremo così, mi spiega poi “Io richiamerò l’alce e voi gli andrete incontro”. Faccio cenno di sì, visto che mi sembra un’idea più che adatta. Catturiamo subito l’interesse di un alce e io e Abram ne seguiamo i versi. I nostri passi sono lenti e silenziosi e presto la nostra cautela è ben ripagata. In lontananza vedo un alce femmina che ci osserva chissà da quanto tempo. Ho un colpo. Cerco l’arma ma Abram mi fa cenno di no. Probabilmente la legge non consente la caccia delle femmine in quel periodo. Faccio spallucce visto che subito dopo mi indica un vecchio maschio.

Il rituale è sempre lo stesso. Accarezzo il mio fucile, osservo quella creatura favolosa nel cannocchiale: la lente limpidissima mi consente di ammirarlo in tutta la sua bellezza. Trovo il punto migliore, centro e sparo. L’animale in pochi secondi cade a terra privo di vita. E’ una creatura fantastica, un vecchio maschio la cui caccia è stata entusiasmante ed emozionante. Un’esperienza che tutti gli amanti della caccia dovrebbero provare. Io ho avuto la mia preda, ma nei giorni seguenti anche Giacomo e Cesare hanno avuto ottimi risultati, ma questa è un’altra storia.

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