Caccia: Munizioni al piombo, doverosa riflessione della presidenza AssoArmieri

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Munizioni al piombo

Caccia & Munizioni: Piombo. Ancora una doverosa riflessione sull’uso del piombo nelle munizioni da caccia.

Una problematica ancora aperta. Uno degli aspetti più controversi, puntualmente contenuti in tutti i pareri ISPRA degli ultimi anni, è rappresentato dalle munizioni contenenti piombo. L’Istituto sostiene infatti che:
1.    l’uso di munizioni contenenti piombo in armi a canna sia liscia che rigata per la caccia agli ungulati e alle altre specie cacciabili provocherebbe effetti negativi sulla conservazione delle popolazioni di rapaci necrofagi;
2.    tale uso sarebbe foriero di una potenziale pericolosità anche per la salute umana, giacché l’eccessiva frammentazione dei proiettili impedirebbe la rimozione dei residui di piombo durante la macellazione e il confezionamento delle carni. L’Istituto finisce quindi, peraltro mediante una formula fortemente dubitativa, per suggerire di valutare l’opportunità di prevedere munizioni alternative per la caccia agli ungulati, o ad auspicare la totale graduale sostituzione delle munizioni contenenti piombo con munizioni c.d. “atossiche”. Le conclusioni dell’ISPRA non possono essere accolte in quanto sono espressione di un quadro che necessita un ulteriore approfondimento da parte del mondo scientifico, che ha al momento posizioni non concordi, e non sono quindi, anche in virtù di quanto precedentemente riportato in alcun modo vincolanti, rappresentando un eccesso di precauzione di cui si può non tenere conto nella stesura del calendario venatorio. Come è noto, l’art. 18, comma 2 della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio), stabilisce che le Regioni possono modificare il calendario venatorio, con riferimento all’elenco delle specie cacciabili e al periodo in cui è consentita la caccia, indicati dal precedente comma 1, per mezzo di un procedimento che contempla l’acquisizione del parere dell’Istituto nazionale per la fauna selvatica, nelle cui competenze oggi è subentrato l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – ISPRA, in forza del Decreto del Ministero dell’Ambiente 21/05/2010, n. 123. L’art. 18, comma 4, stabilisce, poi, che, sulla base del suindicato parere, le Regioni pubblicano, entro il 15 giugno di ogni anno, “il calendario regionale ed il regolamento relativi all’intera annata venatoria, nel rispetto di quanto stabilito dai commi 1, 2 e 3”. Le corrispondenti legislazioni regionali si conformano a tale modello, prescrivendo che il parere debba essere richiesto all’ISPRA sulle bozze di calendario venatorio adottate dagli organi regionali.

Con riferimento alla natura di tale parere e alla sua vincolatività, la giurisprudenza si è ormai attestata sull’opinione per cui il parere dell’ISPRA ha indubbio carattere obbligatorio, ma non vincolante, attesa la natura di organo di supporto tecnico dell’Istituto. Pertanto il medesimo parere può essere disatteso dall’Amministrazione che ha, tuttavia, l’onere di farsi carico delle osservazioni procedimentali e di merito che sottendono l’adozione di diverse conclusioni (ex plurimis TAR Lombardia, Brescia, II, 2/11/09 n. 1827; TAR Sicilia, Palermo, I, 19 ottobre 2009, n. 1633 e TAR Marche, I, 24 ottobre 2007, n. 1778). In altre parole, l’organo di amministrazione attiva, per potersi legittimamente discostare dal parere dell’ISPRA, deve motivare analiticamente in merito alle ragioni per cui ritiene di non doversi attenere alle indicazioni ivi espresse, a pena di nullità del calendario per eccesso di potere per irragionevolezza e difetto di motivazione. Risulta pertanto essenziale che gli eventuali distacchi rispetto a quanto suggerito dall’ISPRA mediante il parere obbligatorio siano adeguatamente motivati, al fine di evitare la nullità del calendario e conseguenti danni per l’attività venatoria e le imprese collegate, oltre ai profili di responsabilità in capo all’Amministrazione.

Studi scientifici di riferimento. Occorre sottolineare alcuni aspetti di fondamentale rilevanza:

1.    Con riferimento ai supposti effetti negativi sulla conservazione delle popolazioni di rapaci necrofagi derivanti dall’uso di munizioni contenenti piombo nella caccia agli ungulati, occorre rilevare che la possibilità che animali abbattuti non siano recuperati riguarda solo la caccia al cinghiale in braccata, e in ogni caso essi rappresentano una percentuale molto piccola, anche a causa dell’utilizzo ormai usuale del cane da traccia, che permette di evitare quasi del tutto che una spoglia sfugga alla raccolta. In relazione alle viscere e alle parti della spoglia direttamente contaminate dal piombo, esse costituiscono sottoprodotti di origine animale ai sensi del Regolamento (CE) n. 1069/20009 e sono sottoposti alle relative norme sullo smaltimento, e non possono essere quindi abbandonate nella disponibilità dei rapaci necrofagi. Pertanto, anche in relazione alla consistenza e alla distribuzione sul territorio delle popolazioni di rapaci necrofagi, l’eventualità che l’uso di munizioni contenenti piombo ne danneggi seriamente la consistenza appare del tutto remota e meramente ipotetica.

2.    Con riferimento al paventato pericolo per la salute umana in relazione all’uso del piombo nelle munizioni da caccia, si ritiene che tale pericolo sia in effetti eccessivamente sopravvalutato.

Peraltro esistono altri approcci che possono essere utilmente posti in atto, basati su un corretto trattamento delle spoglie dei selvatici abbattuti. Si tratta di tutto quell’insieme di pratiche, racchiuse nel termine anglosassone Handling, messe in campo dopo lo sparo e che, in particolare nel caso di ungulati e bovidi, vanno dal recupero del capo eventualmente allontanatosi ferito alla preparazione delle spoglie, provvedendo all’eliminazione e smaltimento corretto delle viscere e delle parti destinate al consumo alimentare potenzialmente contaminate da piombo o da altri metalli utilizzati in alternativa e che comunque potrebbero non essere totalmente esenti da rischi. Sia le Associazioni dei produttori che le Associazioni venatorie italiane si stanno facendo carico, anche attraverso un confronto e un dialogo già in atto con lo stesso ISPRA, di svolgere un compito di educazione e sensibilizzazione capillare sull’argomento, in sintonia con una analoga linea d’azione già in corso di applicazione in tutta Europa. Il piombo è un contaminante ambientale inevitabile e la sua presenza diffusa è anche conseguenza delle attività umane passate, ed in misura minore, presenti. Le fonti di esposizione sono numerose e comprendono gli alimenti, l’acqua, il suolo e la polvere, e l’aria. La maggiore fonte di esposizione è rappresentata dagli alimenti (compresa l’acqua).

L’European Food Safety Authority (EFSA) ha realizzato nel 2012 uno Scientific Report (https://www.efsa.europa.eu/it/efsajournal/doc/2831.pdf) sull’esposizione della popolazione europea al piombo. Le stime di esposizione sono state eseguite da EFSA in conformità a quasi 150.000 dati analitici in alimenti e sulle informazioni relative alla dieta nei vari paesi europei. Da tali studi si evince che, sebbene i livelli di piombo nella cacciagione siano generalmente più elevati di quelli presenti nella carne o altri derivati di animali allevati, non necessariamente l’alimento con le concentrazioni più elevate contribuisce in modo significativo all’assunzione totale; invece il maggiore impatto è fornito dagli alimenti consumati in quantità maggiori. In particolare, al consumo di carne in generale è dovuto meno del 6% del contributo all’assunzione totale di piombo, e, sulla base di tali dati, si deve concludere che, poiché la frequenza di consumo di cacciagione è inferiore all’1% del totale delle occasioni in cui è stata consumata carne o altro derivato animale, è irrilevante rispetto all’assunzione totale, anche a causa della sua evidente episodicità. E’ importante sottolineare che EFSA ha fatto un calcolo di assunzione di cacciagione sovrapponibile alla media italiana, di talché i risultati dello studio si attagliano perfettamente.

Il piombo e il suo commercio

Risulta importante capire la portata del commercio delle munizioni in Europa per valutare il potenziale impatto di ogni eventuale modifica legislativa riguardante l’uso del piombo nelle munizioni. Per capire l’importanza del nostro settore si pensi che l’Europa ha più di 12 milioni di utenti di piombo (palline e palle). Il maggior numero di cacciatori e tiratori sportivi si trovano in Francia con più di 1.600.000 cacciatori e tiratori, in Spagna circa 1.500.000 utenti e in Italia circa 1.150.000. E’ da notare l’elevato numero di utenti rispetto alla sua piccola popolazione di alcuni Stati del nord Europa come la Svezia (550.000 utenti), Finlandia (335.000) cacciatori), Danimarca (289.000 utenti civili e cacciatori).

Un confronto sul prezzo tra piombo e le sue eventuali alternative

Il prezzo medio di mercato delle cartucce a pallini di piombo è 0,35€/unità IVA esclusa.
Il mercato medio (utente finale) sui prezzi finali delle cartucce con materiali alternativi, sempre IVA esclusa, sono i seguenti:
–    zinco 1,60 €/unità
–    acciaio/ferro 0,68 €/unità
–    tungsteno 3,10 €/unità
–    bismuto 2,15 €/unità

Attualmente il commercio di munizioni rappresenta circa il 25% del mercato dei rivenditori in Europa;  un aumento dei prezzi potrebbe certamente provocare un danno enorme per  migliaia di piccole imprese e commercianti.

Alcune ipotesi dei costi presuntivi

In media un cacciatore consuma circa 200 cartucce in un anno (stiamo bassi) il suo potenziale aumento di costo sarebbe pari a € 250 in più all’anno. Il costo per sistemare i fucili considerando che ogni cacciatore possiede di media 3 fucili da caccia sarebbe circa di € 300. L’installazione di nuovi strozzatori (circa € 50 per fucile): € 150. L’acquisto di nuove armi (2 nuovi fucili per cacciatore): € 2.500. Pensiamo ai tiratori competitivi con un consumo molto elevato di cartucce, potrebbero dover far fronte ad una usura molto considerevole delle proprie canne costringendo ad una sostituzione frequente delle proprie armi per la loro attività competitiva. Va notato che il cacciatore medio ha un budget limitato e di solito assegna una certa somma di denaro alle sue armi/munizioni. Un aumento sostanziale dei prezzi relativo a questi prodotti si tradurrà solo in una riduzione dei quantitativi che vengono acquisiti e in alcuni casi costringendo anche all’abbandono dell’attività venatoria. Tutti questi numeri devono essere correlati al numero di utenti in Europa: più di 12 milioni di Euro!

Considerazioni finali: ma è vero rischio?

Occorre sottolineare che gli studi a cui fa riferimento l’ISPRA, dai quali può ricavarsi che un elevato consumo di selvaggina cacciata utilizzando munizioni contenenti piombo è associato a un aumento dei valori di piombo ematico, riguardano per lo più popolazioni che abitano in zone vicine al circolo polare artico (Canada, Alaska, Groenlandia, Russia settentrionale), ove, per le condizioni particolari, il consumo di selvaggina è particolarmente elevato, e incide percentualmente sulla dieta in misura assolutamente non paragonabile rispetto a quella riscontrabile in Italia, anche nelle zone in cui tale consumo è più elevato. Con riferimento, in particolare, al supposto pericolo per la salute umana dell’uso delle munizioni contenenti piombo per la caccia agli ungulati, particolarmente probante appare lo studio degli svedesi Ulf Qvarfort (Swedish Defence Research Agency) e Christer Holmgren (Swedish Environmental Agency) dal titolo “Lead in Game meat. Bioaccessibility of metallic lead fragments”, disponibile anche in lingua italiana (https://agricoltura.regione.emilia-romagna.it/approfondimenti/2013/piombo-nelle-munizioni/conclusioni-studio-svedese/view).

Con riferimento ai rischi legati all’ingestione diretta di pallini o frammenti di piombo, sfuggiti durante la preparazione della carne di cacciagione, rimasti bloccati nell’apparato digerente (generalmente nell’appendice), la letteratura scientifica riporta casi che hanno causato livelli elevati di piombo ematico e, talvolta, segni di intossicazione da piombo (saturnismo). Si tratta tuttavia di eventualità troppo rare per costituire un rischio statisticamente apprezzabile, peraltro relative a una condizione patologica dei soggetti a cui l’evento è occorso. Bisogna avere il coraggio di giungere ad una conclusione ritenendo che, in accordo con quanto dall’EFSA definito, sulla base dei dati disponibili e tenendo conto dei consumi alimentari italiani, il rischio di un significativo aumento del carico corporeo di piombo per il consumatore italiano di selvaggina cacciata utilizzando munizioni al piombo sia inconsistente. Sulla base dei dati EFSA è infatti possibile sostenere che il contributo del piombo contenuto nella carne della selvaggina è trascurabile, poiché, anche nel peggiore dei casi, non prevede un contributo superiore all’assunzione corrente di piombo attraverso gli alimenti. Può escludersi pertanto la necessità di ogni limitazione nell’uso di munizioni contenenti piombo per l’attività venatoria.

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