Cinghiali in Umbria, Confagricoltura è stata ascoltata in Commissione Regionale

Per l'associazione agricola le norme regionali e nazionali, in particolare nella gestione degli ungulati sono state disattese.

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Controllo dei cinghiali

Cinghiali in UmbriaDanni da fauna selvatica, per Confagricoltura Umbria le norme regionali e nazionali, in particolare nella gestione dei cinghiali, sono state disattese. Ed i motivi li ha spiegati il presidente Fabio Rossi, in audizione in Regione al Comitato di Controllo e Valutazione, presieduto dal consigliere Roberto Morroni. Rossi ha ribadito le ragioni contenute nella diffida alla Regione inviata a suo tempo da Confagricoltura. Secondo il sindacato degli agricoltori, infatti, la normativa al riguardo e, in particolare, la legge regionale umbra n.17/2009 è stata disattesa in diversi punti.

“In primo luogo – ha spiegato il presidente Rossi nel corso dell’audizione – non sono state individuate le aree del territorio regionale nelle quali la presenza di alcune specie, in particolare, cinghiali, nutrie, storni e corvidi è da ritenere incompatibile con l’ecosistema. Non sono stati predisposti i piani previsti per la riduzione delle specie dannose nell’intero territorio regionale, al fine di pervenire ad una loro presenza compatibile con le caratteristiche ambientali, con le esigenze di gestione del patrimonio zootecnico, con la tutela del suolo e delle produzioni zoo-agroforestali, con la prevenzione del rischio sanitario. Di conseguenza, non sono state neanche presentate alla Giunta regionale le relazioni previste entro il 31 dicembre di ogni anno per l’illustrazione dei risultati raggiunti dai piani suddetti, perché in realtà non c’era nessun piano a monte”.

In base alle stime dell’associazione, tra i 130mila e i 150 mila sarebbero i capi distribuiti su tutta la regione, con riferimento ai soli cinghiali, mentre 21mila sono quelli che annualmente vengono abbattuti, di cui un migliaio nell’ambito delle azioni di contenimento organizzate dagli Atc e gli altri 20mila nel corso delle battute di caccia durante la stagione venatoria. “E’ evidente lo squilibrio che si genera – sostiene Rossi – con danni in continuo aumento, che, nel 2017, si sono attestati sui 700mila euro, ma che sono certamente sottostimati.

La cifra potrebbe quasi raddoppiare, se consideriamo oltre ai danni alle colture, quelli alle attività di trasformazione, commercializzazione e alienazione dei prodotti agricoli; quelli provocati dalla fauna selvatica agli argini dei fossi, ai corsi d’acqua, ai fiumi e laghi e al regime delle acque in genere, che non vengono risarciti“. “Questo incremento dei danni – ha concluso Rossi – è la testimonianza più evidente del mancato adempimento da parte della Regione agli obblighi di contenimento previsti dalla legge. A cui, dall’altro, lato, non corrisponde neanche un adeguato indennizzo per gli agricoltori, con il rischio che essi abbandonino, prima o poi, le aree più marginali, con gravi conseguenze dal punto di vista idrogeologico e ambientale. Auspichiamo, dunque, una rigorosa applicazione della norma che ottemperi le esigenze di tutti gli attori coinvolti”.

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