Ricordi Venatori: a Caccia sulle rive del Po’

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Moriglione

Racconti Venatori: Sul Po’, per quella che è la mia esperienza, se vuoi cacciare acquatici non devi temere il freddo, o meglio, devi essere in grado di sopportarlo, perché si parte presto per le giornate venatorie e l’umido si taglia a fette e ti entra nelle ossa, esattamente come l’entusiasmo per la giornata che sta per cominciare..

Mio padre disponeva di un favoloso palchetto: c’era un capanno di canne nel quale stavamo comodamente in tre, io, lui e Giovanni, e anche il barchino con il quale lo raggiungevamo si nascondeva perfettamente in quel tripudio di canne. L’appuntamento solitamente era per le 4 del mattino: ricordo che la levataccia non mi è mai pesata. Oggi se mi chiedessero di alzarmi alle 4 del mattino per andare a lavoro manderei a quel paese qualcuno, ma la caccia è la caccia, e quando lei ti chiama, tu rispondi. Una tale dedizione l’ho percepita solo negli occhi dei miei amici pescatori! Dal rimessaggio ci si metteva circa 15 minuti per raggiungere l’appostamento: erano minuti di gelo e il freddo non faceva altro che intorpidirci e rallentarci: ma io e Giovanni, mio fratello, eravamo poco più che bambini e il freddo non ci spaventava; il vero eroe era nostro padre!

La temperatura si aggirava sempre intorno ai 5-7° C e ricordo ancora mia madre che ci inseguiva con sciarpe e maglioni in mano.. Arrivati la prima cosa che si doveva fare era quella di nascondere il barchino, non prima di aver posizionato il giogo: era composto da circa 90 stampi tra cui morette, moriglioni e fischioni. Non mancavano nemmeno germani e mestoloni che si vedevano perfettamente da lontano anche quando l’acqua era in agitazione, cosa che capitava praticamente tutti i giorni in laguna. Poi papà (poteva toccarli solo lui) posizionava i richiami vivi.

Durante i momenti di pace ti godevi il silenzio della palude, che è un silenzio diverso rispetto a quello che potresti percepire altrove. Di tanto in tanto l’acqua bussava contro la chiglia del barchino, con ogni folata di ponente i profumi del fiume ti raggiungevano e potevi quasi immaginare il rumore di risacca lontana.

Il capanno lo ricordo ancora perfettamente, anche perché di tanto in tanto ci capita ancora di andarci a caccia, e mi sembra di tornare indietro negli anni. L’aveva costruito papà, o così ci raccontava: lungo poco meno di cinque metri era largo circa tre e la cosa che più mi affascinava era il fatto che ci si entrava direttamente in barca. Nascosto era ben nascosto, e le canne parevano posizionate ad arte; nelle giornate di magra cercavo di individuare gli altri capanni poco distanti dal nostro, ma i cacciatori della zona ci sapevano vare, e individuarli era cosa non da tutti. Mio padre naturalmente ce ne sapeva indicare la posizione ad occhi chiusi e a noi, ragazzini, ci sembrava un mago.

In lunghi anni di caccia non abbiamo mai avuto da ridire con i cacciatori nostri vicini: nessuno ci passava vicino e fra tutti vigeva un rispetto d’altri tempi, cosa che pare essersi persa durante questi ultimi anni.

I capanni erano distanti gli uni dagli altri circa 700 metri e questo ci consentiva di posizionare gli stampi con tranquillità. Papà preferiva allontanarli dal capanno di parecchi metri, creando linea bella larga che abbracciavano il capanno, formando due punte. E in effetti gli stampi così posizionati erano in grado di attirare per davvero grandi stormi di anatre, i nostri principali obiettivi: si trattava spesso di morette e moriglioni, che più facilmente si lasciavano ingannare da questo gioco.

Le anatre quando arrivavano era come se puntassero il primo stampo fino a raggiungere i fianchi del capanno e poi tornavano indietro, avvicinandosi sempre di più e posizionandosi sui lati, in perfetta posizione di tiro.

Quando questo avveniva durante l’alba, lo scenario era davvero da sogno rotto dai primi spari. Più tardi si presentavano regolarmente fischioni, germani e alzavole e durante alcune giornate si era fortunati, durante altre un po’ meno. Quel che ti rallegrava era comunque sempre lo spettacolo favoloso nel quale ti immergevi per un’intera giornata: ricordi di caccia che mi accompagneranno per sempre…

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