A caccia sul delta del Danubio (seconda parte).

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Caccia sul Danubio: L’amico che ci aveva contattato era Piergiorgio: aveva sposato una bellissima donna del luogo, abbandonato la sua attività di commerciante in Italia, chiuso la sua casa romana e cambiato vita nel giro di 3 mesi.

Aveva scoperto casualmente del nostro arrivo sul Delta del Danubio e non voleva assolutamente perdere l’occasione per una rimpatriata. Sembrava, sentendolo al telefono, che niente fosse cambiato. Il gruppetto, composto da me, Giacomo, Mario e Dario quella proposta folle non se la fece ripetere due volte. Dopo le telefonate di rito per allungare di qualche giorno le ferie partimmo alla volta dell’Ucraina. Ad attenderci c’era Piergiorgio e un suo amico: “Questi giorni di caccia non ve li dimenticherete finché camperete”, ci disse abbracciandoci tutti con lo sguardo. Non aveva torto. Il delta ucraino era poco distante da Odessa a circa ottanta chilometri dal famoso e gettonatissimo Mar Nero, ma gli scenari erano tutti diversi.

 

Il primo giorno di caccia era andato piuttosto bene. Mi era stato impossibile però non notare, più a nord, un movimento di volatili sorprendente. Il nostro capocaccia comunque aveva segato fin da subito ogni nostra richiesta di spingerci in quella direzione. Ma a quel punto delle cose non potevamo fermarci e la seconda giornata di caccia salutammo Joseph, il capo caccia e salimmo su tre barchini dotati di vecchissimi motori e di altrettanto vecchi conducenti. La partenza doveva avvenire a notte fonda, con a bordo tre persone e un motore di ricambio: una vera e propria avventura. A pensarci ora non so se lo rifarei. Il buio nel delta era buio per davvero e i chilometri che dovevamo percorrere erano resi più pesanti e difficili dal vento che ci schiaffeggiava. A mezzo tragitto iniziai a pentirmi dell’idea folle che ci era saltata in mente: le onde facevano muovere in maniera sospetta la prua e il motore di uno dei barchini era completamente andato. Il conducente per cambiarlo ci mise circa un ora. Dopo minuti di sincero terrore trovammo rifugio in una piccola ansa. Il vento si era calmato e a motore spento il silenzio che ci avvolgeva sembrava accarezzarci le orecchie. La nebbia pure si stava lentamente diradando e tutti lo sapevamo bene, l’avventura stava per cominciare.

Mi faceva un poco di stranezza pensare che ci trovavamo a pochi giri di motore dalla Russia, visto che il mio corpo, pur percependo tutto il freddo secco e la brezza gelida che lo colpiva, non sentiva disagio. I miei pensieri furono rotti dal volo di gruppi piuttosto ampi di morette, germani e alzavole. Volavano verso sud, perdendosi nella lontana nebbia che regalava al luogo un non so che di magico.

Il nostro barcaiolo, che poi era anche un cacciatore esperto, notando che la barca non aveva preso una buona posizione si impegnò con un gioco di braccia per circa duecento metri portandoci in una vera e propria laguna. Il motore era silenzioso e nascosti dietro un bel canneto eravamo riusciti a costruire una cuvegia a cinque stelle. La direzione del vento era buona, le anatre vive piazzate alla perfezione, non ci restava che aspettare.

Il silenzio del luogo e lo sciabordio dell’acqua me lo ricordo ancora: pensavo allora e ancora oggi lo credo, di essere in paradiso, il paradiso dei cacciatori.

Qualche ora dopo l’appostamento il cielo aveva iniziato a schiarirsi, con branchi di moriglioni e morette che iniziavano a diventare piuttosto visibili dato che sorvolavano elegantemente la nostra posizione. Viravano quasi a sorpresa verso i nostri stampi tuffandosi dentro l’acqua con una leggerezza sorprendente. Tutti eravamo d’accordo: per evitare errori stupidi attendevamo di vedere chiaramente i vivaci colori delle nostre prede prima di sparare. A quel punto non ci restava che alzarci dalle nostre postazioni, mirare e turare sui singoli uccelli. A pomeriggio inoltrato ciascuno di noi aveva catturato alzavole, morette, moriglioni e germani insieme con dosi sorprendenti di emozione ed entusiasmo. Riprendemmo la via del delta dopo le 15,00. Il freddo iniziava a farsi sentire, e tutti noi non stavamo nella pelle dalla voglia di far vedere il carniere al capo caccia che aveva bocciato la nostra “missione” e raccontargli dell’incredibile giornata che si era perso.

Sono tornato molte volte nel Delta del Danubio, ricercando le medesime sensazioni, ma il delta ogni volta mi sorprendeva, offrendomi esperienze ed avventure sempre diverse. Oggi lo ricordo come uno di quei luoghi che mi ha fatto crescere, come cacciatore e come uomo.  

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