Apocalisse in vista?
Scorrendo in questi giorni i feed social di LAV, LAC, LIPU e WWF Italia, sembra di assistere alla cronaca di un’apocalisse imminente. I toni sono quelli dell’emergenza assoluta: si parla a reti unificate di “sterminio”, di “caccia selvaggia”, di “far west” nelle spiagge e nei boschi. Ma analizzando a mente fredda la narrazione portata avanti da queste associazioni sul Disegno di Legge 1552, emerge una profonda e ironica contraddizione. Da una parte c’è il legittimo diritto di manifestare il proprio dissenso ideologico, dall’altra c’è l’utilizzo di una comunicazione social iper-polarizzata che sembra avere uno scopo primario: generare indignazione (con conseguenti richieste di donazioni o firme) più che informare realmente i cittadini sullo stato delle cose.
L’anatomia di una campagna social basata sul terrore
L’analisi dei profili Instagram, Facebook e X di LAV, LAC, LIPU e WWF mostra uno schema comunicativo tanto chiaro quanto fazioso:
- Linguaggio estremizzato: Parole come “strage”, “mattanza” e “fine della biodiversità” sono all’ordine del giorno. Si dipinge il DDL 1552 non come una proposta legislativa in discussione, ma come un atto criminale contro la natura.
- Semplificazione assoluta del testo: Si omette del tutto il contesto reale. Il DDL 1552 nasce dall’esigenza – condivisa da moltissimi tecnici, agricoltori ed enti locali – di aggiornare la Legge 157 del 1992, ormai vecchia di oltre trent’anni.
- Appello all’emotività: Si sfruttano immagini di animali indifesi affiancate a slogan contro la politica, etichettata a prescindere come “complice dei bracconieri”.
Il cuore politico della riforma: il ruolo dell’agricoltura nella gestione della caccia
Al di là degli slogan da social network, il DDL 1552 contiene una svolta politica e giuridica fondamentale che le associazioni animaliste faticano ad accettare: il riconoscimento di una stretta collaborazione tra l’attività venatoria e la tutela dell’agricoltura. La riforma inserisce esplicitamente la necessità di subordinare la gestione faunistica alla tutela delle produzioni agricole. Questo significa che la caccia non è più vista come un’attività isolata o fine a se stessa, ma viene considerata come uno strumento essenziale per tutelare le produzioni e la fisionomia del paesaggio che caratterizza il nostro Paese. Si tratta di un cambio di paradigma: la caccia diventa funzionale all’economia agricola e alla protezione degli ecosistemi. È questo il legame che fa orrore a LAV, LAC, LIPU e WWF, perché sancisce che la gestione degli animali non può essere lasciata a logiche aprioristicamente conservative, ma deve tenere conto della sostenibilità economica delle zone rurali.
Il cortocircuito: vittime di un iter che loro stesse hanno preteso
Ma il vero capolavoro di ipocrisia si consuma sul piano istituzionale. Sui social, LAV, LAC, LIPU e WWF gridano al “blitz”, al “colpo di mano” della maggioranza e all’attacco alla democrazia perché il Senato sta procedendo con la discussione. Eppure, omettono di ricordare ai propri follower un dettaglio fondamentale: il DDL 1552 sta seguendo l’esatto iter parlamentare che queste associazioni avevano auspicato e rivendicato trionfalmente come una loro vittoria. Facciamo un passo indietro. Nell’estate del 2025, le stesse associazioni avevano protestato vigorosamente contro l’ipotesi che il provvedimento venisse discusso in “sede redigente” (una procedura più snella all’interno delle Commissioni). Avevano fatto pressioni e chiesto a gran voce “trasparenza e maggiore partecipazione parlamentare”. Alla fine, avevano ottenuto ciò che volevano: l’iter fu modificato affinché il testo tornasse in “sede referente”, ovvero per affrontare un ampio e completo dibattito in Aula, seguendo la prassi democratica più garantista in assoluto. All’epoca emisero comunicati stampa per celebrare il risultato. Oggi, che quel dibattito trasparente sta procedendo e il Parlamento – massimo organo democratico – sta semplicemente facendo il suo lavoro analizzando e votando il testo, le medesime sigle si stracciano le vesti accusando le istituzioni di forzature.
La democrazia non è “a gettoni”
Il messaggio che passa oggi dai profili social di LAV, LAC, LIPU e WWF è intellettualmente disonesto: l’iter democratico è considerato valido e giusto solo se il risultato finale coincide con i loro desiderata. Nel momento in cui il Parlamento (democraticamente eletto) si muove verso un necessario aggiornamento normativo che stringe il legame tra caccia e agricoltura, l’iter diventa improvvisamente uno “scempio”. Invece di confrontarsi in modo maturo sul merito tecnico degli articoli del DDL si preferisce la via facile del populismo da tastiera. È tempo di abbassare i toni. La tutela dell’ambiente, dell’agricoltura e della biodiversità sono temi troppo complessi per essere ridotti a slogan acchiappa-like. Il DDL 1552 è fisiologicamente soggetto a discussione, ma demonizzare il Parlamento che sta semplicemente seguendo la strada maestra del dibattito d’Aula – la stessa strada che LAV, LAC, LIPU e WWF avevano esplicitamente preteso – non è difesa dell’ambiente. È unicamente propaganda (fonte: AB – Agrivenatoria Biodiversitalia).




































